Bruno (Pd): «Il direttivo non deve essere un Vietnam»

Scritto da , 26 febbraio 2015

 

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Guerra nel Pd: nel numero di ieri, abbiamo proposto ai lettori le dichiarazioni del capo dell’opposizione interna, Angelo Reggente; oggi riportiamo un’intervista che vede come protagonista il segretario cittadino, Davide Bruno.

– Davide, la minoranza ha affermato che stai rendendo il Pd un “non-partito”: ti senti un “non-segretario”?

«Niente affatto, anche perché, nella storia dei dem battipagliesi, sono l’unico segretario che, diversamente dai predecessori, è stato eletto e non nominato. La forza politica che rappresento, inoltre, non è un “non-partito”, bensì un partito martorizzato dai fatti di cronaca che l’hanno visto protagonista prima della mia elezione. Qualcuno dovrebbe comprendere che la politica non è questione di livore personale; si tratta di studiare i problemi. C’è bisogno di tempo».

– Eppure, è proprio sul tempo che vieni biasimato, dal momento che pare che, dall’inizio della tua segreteria, il Pd si stia muovendo poco.

«In 7 mesi abbiamo dato al Pd provinciale un contributo importantissimo sulla quaestio dei distretti industriali nella Piana del Sele, in una zona in cui ci sono delle leadership su segmenti di mercato importanti. Ciononostante, c’è tanta delusione per il contesto aziendale cittadino. Ebbene, è la stessa delusione che provo anch’io. Vorrei allargare il Pd; rifiuto l’ipotesi di un partito ripiegato su sé stesso: bisogna mettere in moto una macchina organizzativa al momento inesistente, che va ricostruita con calma».

– Stando alle parole di Reggente e al caso del documento sulla depurazione preparato dalla maggioranza in sedi diverse dal direttivo, però, pare che tu abbia ripiegato il partito sulla tua linea.

«Sto cercando di formare i gruppi di lavoro da settembre: chi vive gli ambienti della politica e dell’associazionismo, sa bene come i mille impegni quotidiani rendano impossibile una rapida e collegiale concertazione. Si strumentalizza, dunque, anche l’impegno di un gruppo di lavoro che si prodiga al di fuori del direttivo, che non deve essere un Vietnam. Se facciamo il direttivo su ogni cosa, diventa difficile preparare qualcosa di propositivo».

– «Non ci stiamo a far piegare l’autorevolezza del PD agli interessi di chi ha già dimostrato alla città il proprio “valore”»: lo ha detto Reggente. Cosa ne pensi?

«Non so: può darsi che parli di sé stesso, dal momento che, col direttivo dell’era Santomauro, io non ho nulla a che fare. Il circolo di Battipaglia non è vassallo di nessuno: vogliamo soltanto aprirci a persone d’esperienza che in passato hanno fatto qualcosa di importante per la città. Battipaglia, al momento, ha un vulnus derivato dal fatto che c’è stata una debolezza della politica durante l’amministrazione iniziata nel 2009 e giunta al termine nel 2013, causata da un consiglio comunale privo di confini definiti e con persone che non avevano mai condotto, dal ’94 in avanti, le battaglie del centrosinistra: il Pd s’era spaccato per votare un sindaco che poi è passato all’opposizione, durante anni in cui abbiamo lasciato campo libero a chi ha raggiunto pessimi risultati, che ora sono sotto gli occhi di tutti».

– E quel colloquio con la commissione straordinaria, a cui ti sei presentato all’insaputa di tutti senza aver prima elaborato dei documenti d’interrogazione, come concordato in direttivo?

«Chiesa a Reggente se volesse venir con me, ma lui mi disse “Porta chi vuoi!”. L’incontro che ho avuto con Iorio è stato preliminare e interlocutorio: seguiranno incontri su delle tematiche specifiche».

– Il grosso della discussione verte sul caso Emilio Guerra: ti accusano di non aver avuto tatto e di aver trascinato in politica qualcosa che di politico non ha nulla.

«Mi dà fastidio parlare di questa cosa, perché non sono stato io a strumentalizzarla. Io ho sempre evitato di parlare, perché ho rispetto per la persona. La palla della sospensione è tra le mani della commissione di garanzia provinciale». Il virgolettato dice altro. Lo devono dire loro.

– Spaccate pubblicamente il partito alla vigilia – forse – delle primarie per eleggere il candidato governatore regionale del centrosinistra. Autolesionismo?

«Farsi la guerra adesso è sbagliato, perché in questo momento difficile abbiamo bisogno di energie positive, come quelle dei tanti militanti che sacrificano un’ora a sera per studiare delle problematiche».

– Masochismo, pensando che a ottobre di quest’anno o nel 2016 si voterà per le elezioni amministrative, in un contesto in cui il consenso per il “partito” dei commissari è alle stelle. Cosa deve fare il Pd in vista delle prossime elezioni?

«Non esiste il partito dei commissari, che sono degli uomini dello Stato che stanno cercando di risanare il vulnus. Alle forze politiche spetta creare il consenso. Verso i commissari, invece, i cittadini maturano giudizi riconoscendo le cose ben fatte. Per le comunali, dobbiamo allargarci ad altre esperienze che si riconoscano nel centrosinistra: una coalizione più ampia possibile, con il Pd come perno che sposi la triplice causa dei distretti produttivi e agroindustriali, del nuovo governo per il territorio e dei servizi alla persona».

– Ti penti di esserti candidato alla segreteria cittadina?

«Non mi pento politicamente, ma mi sforzo per far sì che si possa creare una nuova classe dirigente. Mi pento un po’ di più a livello personale, avendo ridotto il mio tempo, considerando che lavoro tra Milano e Napoli, dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18».

 

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