Bohème: un’altra giovinezza

Scritto da , 21 Dicembre 2019
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Presentato ieri mattina, nel foyer del Teatro Verdi di Salerno, il generoso Natale in musica del massimo cittadino, che principierà domenica 22 con il gran concerto sotto l’albero diretto da Daniel Oren

Di OLGA CHIEFFI

Il nostro sindaco Enzo Napoli ha l’abitudine di scegliere una citazione, donare una scintilla, dar principio al gioco delle associazioni, che è l’essenza più pura della cultura, nelle chiose dei suoi interventi. Ieri mattina, ospite del teatro Verdi per la presentazione degli eventi del massimo cittadino, che avrà quale appuntamento principale la Bohème di Giacomo Puccini, ci ha resi partecipi di una sua lettura “Un’altra giovinezza” di Mircea Eliade, dimostrazione di voler sconfiggere, con l’ausilio dell’arte, il nemico più grande che la ragione ci ha posto di fronte: il tempo. La Bohème non invecchia mai: opera di fame, freddo e giovinezza, con quel quarto quadro che porta fatalmente al primo, un innocente volto di donna, una stufa, un paesaggio, la morte di Mimì è il simbolo di creature che passano nella vita senza una precisa ragione, salvo la loro inattaccabile innocenza, lasciando i bohèmienne guardarsi allo specchio sospesi in un’ingannevole lucidità, galleggianti su di un oceano opaco, attraverso cui vedono ora “paurosamente limpidi” i mostri della profondità, i loro itinerari labirintici, le loro lotte temerarie, quel necessario passaggio della sottile linea d’ombra che li porterà, ora consapevolmente, in “un’ altra giovinezza”. Rinnovamento anche nelle diverse riletture del capolavoro pucciniano, da parte di Daniel Oren, con la sua partitura martoriata, vissuta, “traviata”, da mille e colorati segni, il quale resta certamente uno dei più coinvolgenti interpreti di questo autore. Ci si stringerà il 23, alle ore 21 nel nostro massimo, certamente sold-out, ove si alzerà il sipario sul freddo e Parigi, che sono il fondale di verità della Bohème. Tutta l’opera si svolge nell’attesa che Parigi resti tale senza più il freddo che, da reale, assurgerà presto a metafora dell’esistenza. Il dialogo iniziale tra Marcello (Massimo Cavalletti) e Rodolfo (l’appena ventiseienne Valentyn Dytiuk)  sottintende tutto il consueto conflitto di arte e realtà, nella verifica del classico carmina non dant panem; in questo dialogo incombe la città sotto la neve e fumante in mille comignoli, che Rodolfo guarda dall’alto della soffitta, mentre impreca contro il non funzionante, perché non alimentato né dalla sua né da altre arti, caminetto (nel quale sarà da scorgere per simbolo la ricerca del quasi pascoliano nido di quiete che percorre intera tutta la storia di Puccini come autore: la casetta rammentata da Tosca al suo Mario, il nido profanato di Butterfly, quello invaso dai Proci buoni di Minnie, di Frugola nel Tabarro – all’ombra sentimentale di un’altra Parigi, dove tuttavia un venditore di canzonette cita ‘la canzone di Mimì’ – di Ping, Pang e Pong alla corte di Turandot). Per la prima volta, e forse, al grado più alto, Puccini sperimenta in Bohème la liturgia dell’opera svincolata dai propositi narrativi, per accedere alla poetica dell’impressione e della reminiscenza. I personaggi corrono verso un destino che si precisa al di là dei loro appetiti sentimentali e si stagliano in un universo neutro, che è quello della giovinezza, prima felice, quindi sfiorita, vero simbolo dell’opera che trascina in posizione gregaria azione e personaggi stessi. A farsi carico di questo percorso sono la mobilissima scrittura musicale, il suo espandersi per segmentazione dei motivi, e il perfetto congegno della memoria tematica; ma la reminiscenza obbedisce, qui a intenzioni drammaturgiche di tipo eccentrico. Il cast è composto da eccellenze, a cominciare dalla voce di Carmen Giannattasio, che ritorna sul suo palcoscenico, affiancata da Hasmik Torosyan che sarà Musetta, con Schaunard cui darà voce una perla del magistero salernitano Biagio Pizzuti, mentre Carlo Striuli vestirà, ancora una volta la zimarra di Colline e, scorrendo i nomi salutiamo il debutto nel ruolo di Parpignol di Salvatore Minopoli, l’inossidabile doppio ruolo di Benoit e Alcindoro di Angelo Nardinocchi e i doganieri, Marino Orta e Maurizio Bove. La costruzione musicale di Bohème, con le sue accuratissime interruzioni di continuità, tali da suggerire la perdita di fiducia quasi totale nella cosiddetta grande arcata, sarà ben evidenziata da Daniel Oren, alla guida dell’Orchestra Filarmonica Salernitana e dei cori preparati da Andrea Crastolla, Marco Faelli e Silvana Noschese. Daniel Oren ha confessato che teme l’opera, la ricerca del giusto attacco sino alle due romanze del primo quadro, quindi, ancora terrore per le masse corali sopra e dietro il palcoscenico, più la buca del Caffè Momus e per questo, qualche volta, ha addirittura rifiutato il titolo, oltre che per la questione che non è facile trovare il tenore adatto al Rodolfo che ha in mente e, qui, giù fuoco e fiamme su tutte le cattive abitudini dei tenori, senza magari, sapere che tutto ciò che si racconta e si dice su questi protagonisti assoluti dell’opera lirica, è già divenuto un esilarante spettacolo dal titolo “ContraTenor”, ideato dal pianista Ernesto Pulignano. La regia di Bohème è scritta per intero sul pentagramma e nel libretto e Jean Daniel Laval aduso anche alle direzioni in teatro di prosa, si è affidato alle diverse personalità degli interpreti, creatori di quel contrasto tra il tasto della disperazione dei personaggi e il ribollente magma di effusività che la musica erutta. Che opera è, dunque, Bohème? Non è importante etichettarla, quel che è certo è che essa ha scavato un solco non più colmabile tra passato e presente.

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