Bohème – Marta, convergenze tristemente parallele

Scritto da , 30 Dicembre 2019
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Ultima replica questa sera, alle ore 19 per il capolavoro pucciniano, al Teatro Verdi di Salerno, per la direzione di Daniel Oren

Di OLGA CHIEFFI

Bohème è un’opera che muore d’amore. Rodolfo e Marcello sono d’accordo che «L’amore è un caminetto che sciupa troppo… e in fretta!». Il cinismo di Marcello perdurerà, quello di Rodolfo si scioglierà presto: intanto bruciano quel che trovano nell’esperienza loro. Nell’orchestra che segue il piroettare delle fiamme sarà da vedersi non soltanto un gusto mimetico, ma il segno del particolare realismo di Puccini, bilanciato fra impressione ed espressione). È la vigilia di Natale e questa gioventù che brucia ha molta fame. Ed ecco all’improvviso comparire legna, sigari e vino: Schaunard ha trovato modo di raccattare le monete mai viste nella povertà e i vettovagliamenti sognati: ma sono destinati al futuro, non si può stare in casa nella vigilia del giorno di festa. Mentre Schaunard, Colline e Marcello vanno al Quartiere Latino, Rodolfo, che deve terminare l’articolo di fondo del ‘Castoro’, resta in casa. Mestierante com’è pensa di sbrigarsela in fretta, scrive ma accartoccia e getta via. In questo struggente dramma della giovinezza che fugge, la fiamma della speranza, il barlume delle illusioni, la morte, lo scoppio orchestrale, la confessione di Mimì, che è quel sonno terrestre da cui ci si risveglia, e quello che è punto di non ritorno, vi leggiamo da due giorni, chiara, vita e morte di Marta Naddei. Il suo sogno, il dinamismo, l’allegria, lo scherzo e, soprattutto, la zimarra che “mai curvò il logoro dorso ai ricchi ed ai potenti”, sino allo squassante “A tutta forza, fortissimo”, il suo schianto, le ultime battute, la morte di Mimì, che “non celebrano la fine di un eroe – insegna Paolo Isotta – ma sono il grido che la natura emette quando manca un piccolo essere qualsiasi, al di qua dal bene e dal male, se questi esistessero”. Il leone Daniel Oren, alla testa dell’Orchestra filarmonica salernitana, stavolta non ha inteso ruggire. Inattesa la scelta, da parte di tutti, anche dei musicisti, di non optare per quell’ urgenza, che caratterizza la sua bacchetta, quella sua febbre vitale che sospinge la narrazione. La sua intenzione è stata di abbandonarsi completamente alla pennellata morbida e sfumata, trascurando l’immediatezza tragica teatralmente formidabile, che, purtroppo, ha messo a dura prova Mimì (Carmen Giannattasio) e Rodolfo (il “troppo” giovane Valentyn Dytiuk ) nel duetto della soffitta, con le corone spropositate del tenore e l’orchestra in bambola nella gavottina che apre l’ultimo atto. Riguardo i cantanti,  la Mimì della Carmen Giannattasio, pur riconoscendole qualche numero, nonostante il trucco del fuoriscena nel finale del primo quadro sul Do sopra i righi, attaccato dopo il tenore e staccato ben prima di lui, non è riuscita a giocare con i volti della fioraia, che deve oscillare tra una grazia dolcemente cantilenante ad una ingenua e appassionata sensualità sino al dolcissimo soffrir, quel sentimento di sciupata bellezza che è il tratto caratteristico dell’ispirazione pucciniana. Bella la voce di Valentyn Dytiuk, gradevole il fraseggio in “Che gelida manina” e “O soave fanciulla”, ma lo vediamo e sentiamo ancora, Duca e Nemorino, Massimo Cavalletti, al contrario, si è rivelato maestro della parola come nessuno (basterebbe sentire come abbia accentato “Vuoi leggerlo forse? Mi geli”; e che commozione ansiosa, partecipe, intensissima sa trovare al “Lo devo dir? Non mi sembri sincero”), riuscendo a scovare in Marcello toni ancora inediti di finissima ironia. Accanto a Massimo Cavalletti, un eccellente Schaunard, il salernitano Biagio Pizzuti, comprimario di lusso, il quale ha donato brio, spirito e personalità al quartetto dei bohèmienne, mentre Carlo Striuli è risultato un Colline, affettuoso e direi paterno, ma un momento da dimenticare è stata l’esecuzione di “Vecchia Zimarra”, con una versione incolore della  celeberrima melodia, rappresentante l’emozione musicale di tutti i protagonisti. La Hasmik Torosyan è Musetta, voce graziosa e perfetta recitazione, mentre tutto teatrale è il Benoît -Alcindoro di Angelo Nardinocchi. La regia di Jean Daniel Lavall ha convinto in pieno unicamente per il secondo atto, mentre gli altri sono risultati di ordinarissima amministrazione. Ha funzionato l’idea, ove vige un grande affollamento in palcoscenico, “quanta folla su corriam che chiasso”, tra coro, voci bianche, corteo di Parpignol, banda, comparse, in una scena su più piani tra bancarelle e il ponte sovrastante, da cui Salvatore Minopoli, il giocattolaio ha dato la voce. Cambio al vertice del coro del Teatro Verdi con la coppia formata da Andrea Crastolla e Marco Faelli con Silvana Noschese alla testa delle voci bianche,i quali sono riusciti tutti ad apportare dignitoso tributo. Applausi per tutti ed arrivederci alla stagion dei fiori col nuovo cartellone.

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