Benedetta De Luca: «Unico limite alla mia disabilità il tacco 12»

Scritto da , 14 luglio 2018
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Erika Noschese

La disabilità non può e non deve essere un limite. Lo sa bene Benedetta De Luca che della sua diversità ne ha fatto un punto di forza. Giovane, bella e ambiziosa, la giovane originaria di Sala Consilina non si è mai arresa, nonostante i numerosi interventi che ha dovuto subire e la carrozzina che ormai è diventata parte della sua vita. Benedetta, sei una ragazza giovane, bella e ambiziosa.

E’ difficile convivere con la tua disabilità?

«Io sono nata con la mia disabilità, dunque forse per me questa è la mia normalità, normalità che però viene meno quando l’ambiente non è pronto ad accoglierla, quando la mia libertà viene limitata da barriere architettoniche, sociali,da poco senso civico e tanta superficialità. Ed allora diviene difficile convivere con la mia disabilità».

Barriere sociali e barriere architettoniche quanto è difficile per una persona diversamente abile adattarsi?

«Difficile. A parte il disagio fisico personale se poi aggiungiamo le barriere architettoniche di certo non è facile. Se decidessi un giorno di poter prendere un pullman in piena autonomia con la mia sedia a rotelle e passeggiare liberamente per la città, è veramente un’utopia. Ma non mi riferisco in particolare alla città di Salerno, anzi forse è tra le città più accessibili in Italia che conosco. Ed è per questo che bisogna parlarne, condividere le difficoltà che una persona disabile affronta ogni giorno, cercando di trasmettere così senso civico e l’importanza dell’abbattimento delle barriere architettoniche e sociali».

Ormai, sei un punto di riferimento per tanti ragazzi che devono affrontare non poche difficoltà nella vita di tutti i giorni. Qual è il messaggio che vuoi trasmettere a loro?

«Vorrei far capire loro che non bisogna nascondersi. La disabilità è soltanto una condizione, né positiva ma né tantomeno esclusivamente negativa. Se imparassimo ad accettare i nostri “difetti” e i nostri limiti, riusciremmo davvero a puntare sulle nostre qualità e lavorare su di esse per renderle migliori».

Sei nata con un’agenesia del sacro che ti costringe a vivere accompagnata dalla sua sedia a rotelle e dalle sue stampelle ma nonostante questo tenti di realizzare i tuoi sogni ed hai anche sfilato in passerella.

«Cerco di abbattere pregiudizi e stereotipi attraverso il mondo che per antonomasia celebra bellezza e perfezione: il mondo della moda. Ed e per questo che da qualche anno organizzo e partecipo a sfilate di moda con modelle professioniste e modelle con disabilità, ma la sfilata in se è soltanto un fatto pretestuoso, spero di riuscire ad abbattere l’immagine della persona disabile necessariamente triste, poco curata e soprattutto vorrei inculcare coraggio e amore per se stesse a tante ragazze che non accettano la propria femminilità a causa della loro disabilità. La femminilità non è esclusivamente racchiusa in un’andatura sinuosa su di un tacco 12, è espressa in tanto altro: in uno sguardo, in un sorriso, nel l’intelligenza. È importante armarsi di autostima ed accettare tutto del proprio corpo».

Per una ragazza diversamente abile quanto è difficile realizzare i propri sogni? Ti è capitato di sentirti discriminata?

«Ad essere una donna disabile si rischia di subire una doppia discriminazione. Come donna per mancanza di pari opportunità che emerge nella nostra società e come persona disabile con limiti alla partecipazione sociale. Il nostro Paese ha introdotto norme migliorative, soprattutto in ambito lavorativo, ma c’è ancora molto da fare per il miglioramento della condizione delle donne disabili, partendo anche dalle basi,in primis ci vorrebbe un cambiamento radicale del pensiero comune, abbattendo così stereotipi e pregiudizi nei confronti di donne disabili. Personalmente mi sento discriminata quando la gente non comprende le mie difficoltà, anche ora che sto svolgendo pratica forense presso il tribunale di Salerno, quando trovo tutti i posti per disabili occupati nelle vicinanze e sono così costretta ad arrivare tardi alle udienze perché purtroppo per me è impossibile fare un tratto di strada troppo lungo».

Quali sono i tuoi progetti futuri?

«In primis terminare la pratica forense, affrontare l’esame di Stato e -spero- conseguire l’abilitazione all’esercizio della professione forense. L’unico limite che la mia disabilità pone alla mia femminilità è proprio non poter calzare un tacco 12».

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