Battipaglia: c’era una volta il lavoro

Scritto da , 14 giugno 2015

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. L’anno nero dei lavoratori.

Il fallimento della Btp Tecno, ratificato in settimana da Davide Bianchi, giudice del Tribunale di Genova, arriva dopo un periodo – oltre dodici mesi – che ha segnato l’epilogo di parecchie avventure lavorative battipagliesi.

IL CASO BTP-TECNO. Era il 2010. Fregiandosi dei benefit derivanti dall’accordo quadro stilato al cospetto del Ministero per lo Sviluppo Economico e dell’eterno Giampiero Castano, Gian Federico Vivado, manager ligure del celebre polo della robotica, acquistò a Battipaglia un ramo d’azienda ceduto dalla multinazionale Alcatel Lucent. Un cronoprogramma ambizioso, con la Btp Tecno che avrebbe indossato le vesti di interlocutore eccellente nei rapporti commerciali con il colosso francese. Poi, però, qualcosa non è andato per il verso giusto. Debiti su debiti, messa in liquidazione, revoca dello stato di liquidazione, poi di nuovo in liquidazione. Operai disperati che s’arrampicano sulle torrette minacciando gesti estremi. Battaglie per poter beneficiare degli ammortizzatori sociali. Migliaia di incontri al MiSE. Vivado che chiede e ottiene lo spostamento della querelle giudiziaria da Salerno a Genova. Qaser Saadel El Garradi, libico titolare della Q.S.E., che per ben sette mesi promette di acquistare un’azienda senza tuttavia tener fede agli impegni presi. Vivado, tuttavia, chiede il concordato preventivo, per evitare il fallimento e cercare un compromesso coi creditori. Qualcuno ci spera, e tra gli speranzosi c’è pure Simone Valiante, parlamentare cilentano, che, dopo aver interloquito con Castano, addirittura dichiara che l’interessamento di un colosso come la Q.S.E. per l’azienda battipagliese rappresenta una vera e propria manna dal cielo. Poi, però, si scopre che è tutta una farsa, e il liquidatore, Giuseppe Toia, presenta l’istanza di fallimento: accettata. Ora le RSU Sergio Galluzzo (FIM CISL) Fiorenzo Veneri e Paola Trimarchi (FIOM CGIL) stanno dialogando con i lavoratori per cercare di ottenere dei fondi ministeriali e realizzare così una nuova piccola start-up.

alcatel11ALCATEL-LUCENT. C’era una volta Alcatel; ora, però, c’è Sesa. Dallo scorso aprile, infatti, 18 maestranze ex Alcatel – e a breve toccherà alle altre – son passate da una multinazionale a un’azienda capitolina, la Sesa Nv Group, vale a dire la stessa che nel 2013 mandò in cassa integrazione un pugno di lavoratori, tra cui tre operai che erano finiti in seno alla ditta romana proprio in seguito a una prima cessione da parte dell’Alcatel. Per tre anni, Alcatel affiderà un po’ del proprio carico di lavoro a Sesa, partendo da un primo anno al 100% per poi ridursi via via al 70% al secondo anno e al 40% al terzo. La multinazionale, poi, ha dichiarato di impegnarsi in tutti i modi per cercare di colmare il delta che di anno in anno verrà meno dalle attività in seno a Sesa, e, qualora non dovesse riuscire nell’impresa di colmare il gap, di convocare comunque le organizzazioni sindacali a un tavolo per trovare insieme delle soluzioni. Inoltre, se tra le braccia della multinazionale dovessero arrivare nuove produzioni, Sesa sarebbe considerata come una sorta di fornitore privilegiato.

sit-in paifPAIF E TERMOPAIF. Titanici. Si tratta degli 83 dipendenti dell’azienda che fu dei fratelli Pastena, che nel primo semestre del 2014 commossero l’intera provincia con quasi 150 giorni di presidio. Al freddo d’inverno e al caldo d’estate, gli uomini di Paif e Termopaif provarono in tutti i modi – interpellando commissari straordinari, prefettura, ecc. – a salvare una delle più produttive aziende della Piana del Sele che, a scapito dei quasi 50 milioni di euro di debiti, avrebbe potuto continuare a dormire sonni tranquilli su un letto di rose…e di commesse. Tuttavia, gli investimenti azzardati della proprietà – la quale aveva addirittura investito nel mercato spagnolo – portarono alla rovina la storica azienda battipagliese.

FER.GOM. Quarantacinque giorni di presidio, e neppure per avere un lavoro. I lavoratori dell’azienda della famiglia Contursi, infatti, non ci hanno nemmeno provato a far cambiare idea alla Cooper Standard Automotive, il colosso statunitense per conto del quale realizzavano guarnizioni di gomma per gli autoveicoli Iveco, che aveva deciso di spostare tutte le commesse della zona alla Sud Gomma di Oliveto Citra. Eppure, in prefettura, i Fer.Gom riuscirono a portare a casa almeno un accompagnamento economico alla cassa integrazione, che dovrebbe cominciare a essere erogata a stretto giro di posta. E tremano pure i dipendenti della CS di Battipaglia, giacché la multinazionale sta distogliendo gli occhi dall’Italia per volgerli all’Est Europa. Tutto ciò in una città che un tempo era tra le più prospere d’Italia.

FERGOM2

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