Babar: Suonare una storia

Scritto da , 10 giugno 2017
Colette Manciero

Evento clou della IV edizione del Festival di Musica da Camera ospite della Chiesa di Santa Apollonia, stasera alle ore 20. In programma il celebre melologo di Francis Poulenc

Di OLGA CHIEFFI

Si può suonare una storia? Certo! È quanto la nipotina di Francis Poulenc, annoiata dalla musica “seria”, chiese di fare allo zio musicista presentandogli sul leggio il suo libro preferito, l’Histoire de Babar di Jean de Brunhoff. Sarà questo l’evento clou della IV edizione del Festival di Musica da Camera, promosso dal Conservatorio Statale di Musica “G.Martucci” di Salerno e ideato dalle docenti del dipartimento di musica da camera Anna Bellagamba e Francesca Taviani, ospite della Chiesa di Santa Apollonia, questa sera alle ore 20. Nacque così, da una giovanissima “critica”, il celebre melologo per voce narrante e pianoforte che ha reso il coraggioso elefantino uno dei più amati protagonisti della narrativa per l’infanzia. L’atto di nascita di questa estrosa partitura, composta nel 1940, è affidato a una celebre testimonianza di Claude Rostand con la cronaca che adotta il tono delle favole: “Un giorno Poulenc suonava al pianoforte in un salotto quando una nipotina, una bambina di quattro anni, lo interruppe: “Oh com’è brutto quello che suoni! Ecco, suonami questo” E, così dicendo, gli squaternò sul pianoforte l’album di Babar. La trama, molto semplice, narra le peripezie di un elefantino nato nella foresta che, dopo la morte della mamma, giunge in città dove entra a contatto con una realtà nuova che suscita nel suo animo un’improvvisa quanto notevole meraviglia. Ritornato nella foresta, Babar che, vivendo tra gli uomini, aveva fatto delle esperienze importanti, ignote agli altri elefanti, viene eletto re degli elefanti. Divertito e ispirato dalle immagini, Poulenc cominciò a improvvisare. Poi, coinvolto sempre più nel gioco, proseguì il racconto. Attratti dalla musica, a poco a poco giunsero gli altri bambini del palazzo, tutti attorno incantati. Confortato dalla reazione infantile, Poulenc cominciò subito a mettere nero su bianco questa sua composizione dedicata agli undici fra maschietti e femminucce che avevano costituito il suo pubblico”. Da accordi improvvisati, tasselli di un mosaico, l’Histoire andrà a ricomporsi nella poetica versione per voce e pianoforte, completata solo cinque anni dopo. È il 1945 quando Poulenc scrive al cantante francese Pierre Bernac: “Ho completato l’ abbozzo del mio Babar e sto per cominciare a ricopiare: penso che sarà spassoso. La difficoltà è di non realizzare una serie di piccoli pezzi staccati ma una sorta di mosaico”. I nomi di Sophie, Sylvie, Benoit, Florence, Delphine, Yvan, Alain, Marie-Christine, Marguerite-Marie, Marthe e André compaiono ancora sulla prima pagina interna dello spartito. Il clima di gioioso intrattenimento musicale che profuma la storia del piccolo elefante non ha bisogno di alcuna preparazione. Poulenc, pianista eclettico, fantasioso e salottiero come pochi altri nel secolo, usa l’ispirazione e i suoni come un illustratore potrebbe usare matite e colori, senza manierati bamboleggiamenti, con la freschezza narrativa d’un nonno bonario e disincantato che le fiabe le ha raccontate sul serio e quindi non ha problemi al momento di fornire loro un’adeguata colonna sonora. Il melologo prenderà vita attraverso gli strumenti di Jan Mleczko al violino, Raffaele Palazzo al flauto, Fabrizio Fornataro al clarinetto, Michele Barbella alla tromba, Deborah Batà sax alto e tenore, Francesco Mosca contrabbasso, Francesco Cardone arpa, Enrico Vigorito Pianoforte e Chiara Granato percussioni, la penna e la bacchetta di Matteo Parisi e la voce narrante di Colette Manciero. L’ arrivo dell’elefantino avrà, invece, quale preludio il Sexteto Mistico di Heitor Villa Lobos, dalla limpida ricchezza sonora sulle tracce di Debussy e Ravel, che avrà quali esecutori Raffaele Palazzo al flauto, Federico Franco all’oboe, Deborah Batà al sax alto, Gaetano Pomposelli alla chitarra, Enrico Vigorito alla celesta e Francesca Cardone all’arpa, e i Deux Poèmes de Louis Aragon, musicati da Francis Poulenc, ritratto interiore più fedele di colui che seppe cantare intensamente l’atmosfera dei cantautori di Montmartre e le aspirazioni delle anime in preda ai tormenti del destino umano, evocati dal soprano Colette Manciero con Enrico Vigorito al pianoforte.

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