«Aziz era un uomo gentile e lavoratore», il ricordo di don Rosario Petrone

Scritto da , 28 Dicembre 2018
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di er.no.

Un ragazzo buono, gentile, educato. Così don Rosario Petrone, parroco della chiesa di Brignano ricorda Aziz Alhini, il trentasettenne marocchino, suicidatosi il giorno di Natale per paura di essere rimpatriato, dopo la condanna per furto e la misura alternativa al carcere. Il giovane, infatti, scontava la pena presso la casa di accoglienza di don Rosario che accoglie i detenuti in stato di semi libertà. «E’ andata così, sarà stato anche un ragazzo fragile, delicato con qualche problema psichiatrico ma a noi non a mai dato l’impressione di essere in difficoltà – ha dichiarato il sacerdote – Era un ragazzo educato, lavorava nel laboratorio di ceramica e siamo rimasti tutti senza parole. A breve avrebbe concluso la sua pena e sicuramente l’essere stato condannato dall’ufficio immigrazione ha riaperto una riflessione che probabilmente avrà scatenato in lui il gesto». I ragazzi della comunità sono ancora sotto choc per quanto accaduto. Intanto, don Rosario ha già provveduto a contattare l’Imam di Battipaglia per una preghiera congiunta a cui parteciperà anche la comunità cristiana. «E’ triste, la paura della libertà…», ha poi aggiunto il sacerdote. Nel frattempo, quanto accaduto al giovane che ha deciso di togliersi la vita proprio il 25 dicembre, impiccandosi, ha spinto
anche don Marco Russo, direttore della Caritas di Salerno ad una lunga riflessione: «Al di là di tutte le motivazioni, del perché si trovasse in Italia e di tutte le più lecite considerazioni, ciò su cui si vuole porre l’accento è la fine, tragica, di un uomo ha detto don Marco – La morte, il suicidio, non può e non deve essere una risposta che si coniuga con un paese che si dice civile. Un uomo si è tolta la vita, probabilmente per paura di essere rimpatriato, e ciò deve interrogarci profondamente sul senso e sul valore della vita stessa, e su quanto sta accadendo intorno a noi». Il direttore della Caritas in una lettera indirizzata idealmente a lui, ma anche a tutta la comunità, si interroga su motivazioni ben precise: «Umanità non accolta, una umanità dolente, oggi ha lasciato il suo sangue su questa nostra terra. Una umanità che mi interroga e vorrei che interrogasse tutti. Una umanità che cercava pienezza, che incontrando la sofferenza estrema ha rinunciato a lottare, a vivere. Una umanità che sta lasciando spazio all’indifferenza, all’estremo rigore che lascia l’uomo per strada. Una umanità che ci chiede di riflettere, di fermarci un momento, di porre attenzione a tutti, sì proprio a tutti. Non è più l’ora di fare solo riflessioni, di dare una pacca sulle spalle. Da oggi do il mio tempo, la mia vita perché questa umanità si risvegli dal torpore, dal quel senso di impotenza che ci porta a dire: non si può far nulla; dalla lex dura lex. L’umanissimo Gesù che è venuto a santificare il tempo, renda le membra di ogni uomo degne di essere ascoltate, amate. Ciao uomo che hai lasciato il tuo corpo qui tra noi, possa la tua anima volare libera, ed essere abbracciata dal Dio che Ti ha amato sin dall’Eternità. Ciao». Una lunga lettera per smuovere le coscienze ma anche un modo per salutare, un’ultima volta, questo giovane che si è tolto la vita, forse per l’incertezza del futuro.

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