Arpa e flauto: evocazione del Mito

Scritto da , 12 luglio 2018
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Questa sera, i Concerti d’Estate di Villa Guariglia ritornano a Raito, nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie, alle ore 21, con Valentina Milite e Michele Barbarulo

Di OLGA CHIEFFI

Stasera, alle ore 21, ci si ritroverà tra i marmi della Chiesa di Santa Maria delle Grazie in Raito ed è qui che s’incontreranno e scontreranno due strumenti simbolo del dionisiaco e dell’apollineo, il flauto di Michele Barbarulo e l’arpa di Valentina Milite, in un programma in cui si intrecceranno le trame severe di Bach con quelle sinuose di Ravel e Piazzolla, un raffinato récital dedicato al pubblico della XXI edizione dei Concerti di Villa Guariglia in Tour, firmata da Antonia Willburger e promossa dal Cta. Scorrendo la produzione strumentale di Johann Sebastian Bach ed osservando il suo confrontarsi con generi e forme sempre differenti, v’è da credere che egli pensasse innanzitutto a misurarsi con se stesso. Opere in cui sentiamo vibrare come l’eco di una scommessa, un’alea baldanzosamente giovanile, che ha i suoi poli sensibili nella bravura del compositore e nello sbalordimento partecipe, entusiasta del Principe venticinquenne che segue, e, quando può, suona di persona: “ Anche il violoncello, Bach? Anche il flauto?…” Ecco le tre Sonate per flauto e cembalo BWV 1030-1031-1032 («che cacciano nel museo tutte le precedenti opere per flauto e basso numerato», ha osservato Piero Buscaroli), laddove la tastiera non è più solo un supporto armonico allo strumento a fiato o ad arco, ma un autentico e dialogante partner alla pari. Il duo Barbarulo Milite ha scelto di principiare la serata con il movimento, Siciliano, della Sonata per flauto e clavicembalo BWV 1031 di Johann Sebastian Bach, che gli ultimi studi hanno attribuito al figlio Carl Philipp Emanuel. Il cullante tema in 6/8, affidato alla parte superiore, viene accompagnato dalla costante presenza delle semicrome, mentre nel basso le semiminime scandiscono con regolarità le lineari transizioni armoniche. Fra le tante figure, simboli ed archetipi, che nel corso dei secoli hanno contribuito a incrementare la produzione musicale, deve indubbiamente annoverarsi l’arabesco, che con la sua sinuosità e geometrica perfezione si è rivelato prolifico dispensatore di suggestioni, spingendo non pochi compositori a trarvi spunto per ideare le proprie opere. Elemento decorativo per eccellenza, l’arabesco assume originale ed assoluta rilevanza nella poetica di Claude Debussy, che gli dedica i Deux Arabesques composti nel 1891. La Première Arabesque, che ascolteremo stasera, è indiscutibilmente uno dei brani più noti di Debussy, e in assoluto. In forma tripartita, prende avvio da eleganti arpeggi che si proiettano verso l’acuto per subito inabissarsi, quasi animati da una forza arcana che pare eleggerli a sacra congiunzione fra cielo e terra, in un gioco intellettuale che, se condotto all’estremo, può, incredibilmente e indelebilmente, caricarsi di avvolgente pathos. Riguardo al Pièce en forme de habanera è una trascrizione di un brano per canto e pianoforte intitolato Vocalise — étude en forme de habanera composto da Maurice Ravel nel marzo 1907. È una composizione che non ha le velleità del capolavoro, nata su commissione di un maestro di canto del conservatorio di Parigi, che voleva far familiarizzare i suoi allievi con le abitudini melodiche del canto contemporaneo. Seguirà la celeberrima Meditation da Thais, solo per violino e orchestra, un entr’acte tra la scena in cui si è svolto l’incontro tra Thaïs e Athanaël e la decisione della donna di lasciare la sua precedente vita per consacrarsi al Signore. Jules Massenet indica il brano come Andante religioso nel senso che esso deve essere in grado di rendere, musicalmente, l’emozione della conversione di un’anima. Il brano è introdotto dall’ arpa su cui entra il solo, stavolta del flauto, con il motivo della melodia che viene ripetuto due volte, segnata da un andamento animato, che diventa a poco a poco appassionato fino a raggiungere il climax della composizione in un poco più appassionato. La prolificità compositiva nell’ambito del teatro musicale di Gaetano Donizetti è ben nota. Non tutti sanno, però, che il suo catalogo comprende anche un centinaio di composizioni strumentali per svariati organici, tra cui la Sonata bipartita per violino e arpa, in Sol Minore, datata 1823. Il pezzo costituisce probabilmente una sorta di captatio benevolentiae nei confronti del conte e musico Wenzel Robert von Gallenberg: il tema dell’Allegro è infatti tratto da un suo balletto. Gallenberg fu strettissimo collaboratore, a Napoli e a Vienna, di Domenico Barbaja, il “principe degli impresari”; comprensibile quindi, ma non disinteressato, lo zelo dedicatorio di Donizetti. Una curiosità: Gallenberg sposò nel 1803 Giulietta Guicciardi, sottraendola a un Beethoven perdutamente innamorato che per lei aveva composto l’op. 27 n. 2, ovvero il “Chiaro di luna”. Arpa protagonista nella suite dell’arpista americana Pearl Chertok, Around The Clock, di cui Valentina Milite proporrà “Ten past two”, “Beige nocturne” e “Harpicide at midnight”. Pearl Chertok ha sempre visto nel suo strumento un oggetto su cui attivare ricerche. La tradizionale immagine dell’arpa intesa come creatura fatata e sensuale, in grado di dare tocchi di magia e di femminilità alla scrittura musicale, è rovesciata dalla sua produzione, nella quale i contatti con il jazz e la sensibilità metropolitana sono sempre evidenti. Around the Clock, datata1948, è una suite, dal punto di vista formale: ovvero una successione di danze, proprio come accadeva in epoca barocca. Ma questi tempi ballabili, in realtà, sono densi di suggestioni moderne, che rimandano inequivocabilmente alla cultura americana. Lo stesso titolo sembra anticipare il celebre brano di Bill Haley, Rock around the Clock, pietra miliare della grande stagione rock and roll. Ma anche i singoli movimenti alludono al repertorio dei locali notturni e delle big band. In Ten Past Two il tic-tac dell’orologio si mescola a un ragtime di chiara ispirazione afroamericana; Beige Nocturne riflette ancora qualche raggio di impressionismo attraverso un chiaro di luna dai tratti vagamente esotici; poi l’arpa si trasforma nella spiritosa arma di un omicidio (o meglio di un arpicidio, stando al titolo del brano) con un ritmo funky da cui trapela qualche reminiscenza del sinistro Dies irae. Sulle note di Astor Piazzolla il duo si congederà dal pubblico metelliano, con la celebre pagina per flauto e chitarra, che ascolteremo nella trascrizione per arpa, Histoire du tango, una suite strumentale in quattro quadri, della quale verranno eseguiti i primi due, che racconta il ballo argentino dai suoi albori come musica da bordello, danzata, al passaggio a musica da caffè, solo ascoltata dal pubblico e con una spiccata vena romantica. Come il jazz nordamericano, ha avuto origine nei quartieri a luci rosse, così il primo movimento è intitolato “Bordel 1900”. La milonga relativamente signorile è raffigurata qui come se fosse stata scossa in una nuova forma da una pesante iniezione di erotismo. Il ritmo punteggiato di habanera / milonga è esagerato e in questa forma non è accettato nella società signorile. Il secondo movimento è “Café 1930”. Ormai, il tango era la danza preferita di tutte le classi sociali in Argentina ed era conosciuto come una danza audace in tutto il mondo. Piazzolla lo ha trascritto direttamente dai suoi ricordi, sottolineando le caratteristiche del tango suonato nei caffè di Buenos Aires.

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