Approvata legge anticaporalato, ma su 135.000 aziende campane solo 138 risultano trasparenti

Scritto da , 5 agosto 2016

Giovanna Basile, segretario generale della FLAI CGIL, e Anselmo Botte, segretario della CGIL Salerno, hanno convocato ieri mattina un incontro con la stampa per discutere del nuovo disegno di legge sul caporalato, recentemente approvato in Senato. «Gran parte del testo di questo disegno di legge proviene anche dall’esperienza di Salerno» afferma Basile «e dalle battaglie che abbiamo condotto con la CGIL nella nostra provincia».

Un disegno di legge “rivoluzionario”, perché prevede pene severe anche per i datori di lavoro e non solo per i cosiddetti “caporali” a capo di schiere di braccianti. «La Federazione Lavoratori AgroIndustria ha portato avanzi con forza l’idea di introdurre sanzioni penali per il caporalato, perché prima ci si limitava a multe di 25 euro. Ora, chi commette reato è punibile con pene che vanno da 1 a 6 anni di galera, e i datori di lavoro pagano con la confisca dei beni ottenuti tramite sfruttamento» afferma il segretario Anselmo Botte (“dimissionario”, secondo Basile; ma lui tace sui recenti avvenimenti).

«Dietro ogni “caporale” c’è un datore di lavoro che non rispetta i termini di legge in materia di assunzioni, e il nuovo disegno di legge percepisce la nostra richiesta di dare voce ai migranti impiegati come braccianti, introducendo anche il reato relativo allo sfruttamento: chi paga solo 20 euro al giorno o non paga, chi fa superare ai lavoratori il numero massimo di ore previste, chi costringe i braccianti a situazioni di degrado, d’ora in poi sarà punibile per legge».

In provincia di Salerno la normativa interessa i cosiddetti “caporali etnici” (espressione coniata dalla CGIL nel dossier presentato a giugno del 2015 per denunciare il fenomeno), ovvero i pochi che hanno in pugno i semplici lavoratori e provengono dal Marocco, dalla Romania o dall’India; ormai, i braccianti e “caporali” italiani sono diventati più rari, perché molti preferiscono altri tipi di lavoro. Ma «caporali non si è subito, lo si diventa: spesso sono più furbi e parlano meglio la lingua, e assecondando coloro che li precedono acquisiscono potere» spiega Botte. «A Salerno, sulla Statale 18, sull’Aversana e sulla Litoranea, nel 2015 sono stati effettuati una decina di interventi da parte della Polizia. Certo, esiste anche una parte del mondo agricolo che rispetta la legge, ma sono poche le aziende che hanno aderito alla Rete del Lavoro Agricolo di Qualità» afferma Basile «e, anche se la Coldiretti si dice soddisfatta dell’approvazione della legge, attualmente se ne contano solo 138 su 17.000 salernitane e 135.000 campane».

Un’occasione non sfruttata, tuttavia chi s’iscrive alla Rete della Qualità promossa da FLAI CGIL, FAI CISL e UILA UIL gode anche di incentivi e agevolazioni, oltre a ricevere un “bollino etico” che ne certifica l’appartenenza. «Nella Piana del Sele sono impiegati circa 27.000 lavoratori, ma secondo l’INPS esiste ancora un 60% di braccianti che guadagna in nero». Ma non è tutto: il maricchino trentottenne Samir Harchich,  bracciante presente ieri all’incontro, spiega che «un nuovo aspetto del problema riguarda anche ragazzi immigrati, molto giovani, che arrivano con i vari sbarchi [a Salerno sono 1.700, n.d.r.] e, pur vivendo nei centri di accoglienza, ogni mattina vengono prelevati dai pullmini mandati dai “caporali”. Questi capi, però, non si fanno vedere: approfittano dei più fragili, li minacciano, intascano percentuali sui salari da corrispondere e, a volte, non li pagano per mesi, costringendoli ad andare altrove. Spesso sono aiutati da altre persone che seguono per strada i lavoratori e impongono loro il silenzio».

Alla luce di questa situazione, Basile osserva: «Nonostante la nuova normativa, siamo preoccupati perché è difficile fare una visita ispettiva nei campi e cogliere i caporali in flagranza di reato: spesso, per muoversi, le Istituzioni aspettano prima che si verifichino casi gravi, come quello che interessò la bracciante Paola, quarantanovenne, morta in Puglia l’anno scorso. Ma noi svolgiamo un’azione sindacale di strada e continueremo a lanciare due appelli: uno rivolto ai Comuni, per l’introduzione di un collocamento pubblico nel settore anche attraverso sperimentazioni, e l’altro che riguarda l’istituzione di tavoli di confronto con tutti i soggetti interessati».

Infine, Samir parla a nome di tutti coloro che si trovano nella sua condizione: «Abbiamo scelto di restare qui, in Campania, mentre prima per noi era solo una zona di passaggio. Aiutateci a far valere i nostri diritti, perché quando arriviamo abbiamo paura e ci lasciamo pagare poco: ci siamo abituati, perché da dove veniamo noi abbiamo visto anche di peggio. La gente deve sapere del gravissimo problema dei caporali, che a volte restano nell’ombra e fanno licenziare i braccianti controllandoli dal telefono, costringendo tutti a far emergere dati diversi da quelli reali. Spesso, appena arrivati, non sappiamo che è possibile dialogare con le Forze dell’Ordine. Aiutateci, perché anche noi, ormai, siamo e ci sentiamo campani».

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