Amleto FX tra costrizione e libertà

Scritto da , 5 aprile 2016

Giro di boa tra gli applausi per la rassegna Mutaverso che ha presentato il talento Gabriele Paolocà

Di GEMMA CRISCUOLI

Il principe di Danimarca si interrogava sull’essere e il non essere. E se nell’incoerente epoca post-moderna finissero col coincidere? Se la vera essenza consistesse nel morire a tutto ciò che giustifica lo stare al mondo? L”Amleto FX” di e con Gabriele Paolocà ha sedotto la platea di Mutaverso, la manifestazione diretta da Vincenzo Albano presso il Centro Sociale di Via Cantarella. Il capolavoro shakespeariano diventa specchio dei tempi. Poiché tutto si gioca tra il corpo e le sue nevrosi, il protagonista è sospeso tra infanzia e adolescenza, tra un biberon pieno di spumante e cupi propositi di una rivalsa che non avverrà mai, inchiodato alla perdita del padre che toglie fiato a ogni prospettiva (la voce bambina con cui declama “X Agosto”) e a presenze ridotte a voci e messaggi della chat. Che il teschio sia un’immagine al computer e che tutti i personaggi siano interpretati da Paolocà, estremamente versatile nel ricorrere a un umorismo nerissimo e crudele, è la naturale conseguenza di un solipsismo incoraggiato dalla nuova tecnologia fino alle estreme conseguenze, come mostra lo sfondo che tratteggia su una persiana le linee della camera da letto di Van Gogh: lo spirito non allineato è confinato in uno spazio che riflette quanto di irrisolto c’è nella sua mente. L’immaginario odierno è onnivoro, ma non sazia l’esigenza di riconoscersi fino in fondo nella propria vita e assaporare una qualsiasi libertà. Quando il monologo di Amleto è intessuto di citazioni cinematografiche, da “Titanic” a “Rocky” e lui stesso si trasforma in Amy Winehouse per celebrare la propria amarezza, in Kurt Cobain per ripetere ossessivamente il richiamo materno a vivere e in Marylin per cantare gli auguri allo zio, la sua identificazione nei miti (non a caso, tutti suicidi) è un tentativo di dare forza alla propria identità dispersa nella vacuità di un tempo che macina tutto troppo in fretta. Nell’oscillare tra bisogno di annullarsi e falsi equilibri, il protagonista assiste alla scomparsa di ogni senso. Non resta che bruciare la propria immagine del profilo (la veste nera sospesa su un fascio di rami, come sospeso è chi non sa scegliere tra costrizione e una nuova strada), spingere al suicidio Ofelia -che non riconosce “Il canto popolare” di Pasolini, dato che la coscienza è un fantasma come lei- legando al salice il suo smartphone che la riprenda nella sublime dipartita, rimandare la propria impiccagione per andare a una festa. Il padre di Amleto è un video dimenticato nella cartella documenti che gli canta “Vedrai vedrai” di Tenco. Ma non può cambiare nulla nelle sabbie mobili che un’anima è riuscita a costruirsi.

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