Alvino accendele Luci d’Artista

Scritto da , 9 novembre 2018
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di Olga Chieffi

Questa sera, camminando tra pesci e delfini luminosi, sarà bene partecipare alle ore 20.30, all’inaugurazione della stagione concertistica dell’Associazione Culturale Arechi, diretta dal violista Sergio Caggiano, sei appuntamenti che si svolgeranno nella Sala San Tommaso nel quadriportico della cattedrale. Il concerto inaugurale è stato affidato al pianista Giovanni Alvino, e verrà dedicato interamente a Ludwig van Beethoven. In programma tre pietre miliari della letteratura pianistica del genio tedesco, la sonata n°17 in Re minore, op.31, n°2 della “La Tempesta”, la sonata n°8, op.13 in do minore detta “Patetica”, e la Sonata in do diesis minore, op. 27 n. 2 “Al chiaro di luna”. Della seconda Sonata dell’op. 31, – detta La Tempesta perché collegata ad un vago accenno di contenuto shakespeariano che Beethoven fece ad Anton Schindler, suo segretario e primo biografo – è ben conosciuta la tempra drammatica: davvero rivoluzionario l’alternarsi di stasi e spinta motoria del primo movimento, realizzato con semplicità di mezzi (splendidi i recitativi, pedalizzati, poco prima della ripresa) e completo dominio delle potenzialità timbriche dello strumento. L’Adagio bipartito ha l’ambizione di offrire diversi piani sonori: gli assoli degli incisi puntati, la rispo
sta degli accordi, i rulli di timpani, l’entrata in scena di nuove voci e l’addensarsi dell’ornamentazione. Ha, invece, natura ossessiva il moto perpetuo del finale, un Allegretto che se cede alla tentazione di tendere all’Allegro perde il suo fascino ipnotico. Seguirà, la “Sonata n. 8 op. 13 in do minore” di Ludwig van Beethoven che si trascina addosso la definizione di “Patetica”: un appellativo che peraltro anche l’autore approvò, per quanto l’idea di chiamarla così non fosse sua, ma dell’editore viennese Eder. L’ascolto tuttavia non rivela accenti di piagnucoloso languore: difatti l’aggettivo deve essere riferito a quella “forza tragica di rappresentazione” sulla quale si era pronunciato Schiller a proposito della sua poetica. Più precisamente da questa sonata emergono gli elementi conflittuali che a loro volta trovano origine in Kant, il principio di opposizione e il principio implorante: accenti di energica carica emotiva che si stemperano in momenti di pacificante lirismo. Intenso l’ Adagio che rivela una linea adamantina che non piega a nessuna tendenza contingente e che s’erge pura nell’eterna giovinezza dello spirito. Riguardo il Rondò finale, più di un commentatore lo giudica inferiore al resto della sonata, se non addirittura slegato (Giorgio Pestelli scrive
che non sfigurerebbe suonato su un clavicembalo): anzi qualcuno ipotizza che sia l’adattamento per il solo pianoforte di una pagina originariamente pensata per duo o trio. Finale con uno dei più celebri tra i moonlight della storia della musica, la Sonata in do diesis minore, op. 27 n. 2 “Al chiaro di luna”, celebre nella inconsueta disposizione dei suoi movimenti, – ha scritto nel 1802 la Allgemeine Musikalische Zeitung- “in ciò ch’esso ha di eccellente e di suo particolare”. In effetti, non solo la Sonata inizia con un Adagio sostenuto, ma si apre con una indicazione rivelatrice del modo nuovo di pensare il suono del pianoforte. Quando Beethoven scrive «si deve suonare tutto questo pezzo delicatissimamente e senza sordino», non dice semplicemente che il pezzo va suonato facendo uso del pedale di risonanza, ma anche che l’uso del pedale deve combinarsi con un certo modo di attaccare il tasto. Il gentile ritmo ternario dell’Adagio trova il suo naturale respiro cantabile all’interno d’una semplice forma tripartita, in cui la sezione centrale, variando il movimento delle terzine di crome dell’accompagnamento, suona come un delicato svolgimento modulante della sezione principale. Definito una volta da Liszt “un fiore fra due abissi”, l’Allegretto in re bemolle maggiore ha le dimensioni e il carattere espressivo rasserenato di un intermezzo che, con la grazia danzante del suo tema e la simmetria della forma, sembra rievocare certo stile galante del Settecento. Sulla fragilità crepuscolare dell’Allegretto sì abbatte invece con inaudita violenza l’impetuoso dilagare del Presto agitato conclusivo, in cui quanto di represso era nei tempi precedenti, e nell’Adagio sostenuto in particolare, sembra erompere con un empito di rabbiosa energia. Conclusione di un discorso che Beethoven, però, allontana con una coda estremamente audace in cui, all’ennesima violenta ripercussione dell’accordo del primo tema, la stessa materia musicale sembra frantumarsi in una impressionante serie di accordi arpeggiati di settima diminuita.

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