All for Sancta Venera

Scritto da , 5 novembre 2016
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Ottimo concorso di pubblico all’inaugurazione della mostra Sancta Venera  tra le macerie dell’Ex Fabbrica della Cirio a Paestum

 Amadeus

Un consesso di artisti tra le antiche pietre di Sancta Venera a Paestum ha dato il via al recupero dei luoghi dell’Ex stabilimento della Cirio nel Parco Archeologico di Paestum. Le eccellenze della pittura, delle immagini, della musica “parlata” e suonata, della ricerca antropologica, convocate nei luoghi cari alla dea Afrodite greca, quindi Venere romana, Sancta Venera medievale e ci piace aggiungere, nel nostro percorso sulle tracce dell’eclettismo religioso, Santa Maria di Portosalvo, dal nuovo, “ferace”, direttore del parco paestano Gabriel Zuchtriegel, un giovanissimo figlio del Grand Tour, hanno offerto al pubblico astante un intenso pomeriggio. Afrodite è una divinità molto complessa ma che, in ogni caso rappresenta sempre la forza dell’amore, nelle sue diverse espressioni al fine della conservazione della vita. La dea è stata evocata dagli artisti Sergio Vecchio, Enzo Cursaro, Angelomichele Risi e Angelo Casciello, con le loro opere hanno omaggiato il suo culto che era molto diversificato, Afrodite Urania  e l’amore puro e ideale, che è quello sublime dell’arte, Afrodite Areia, armata e associata al culto di Ares, interpretabile nelle Amphores di Enzo Cursaro, non lontane, da punte di lancia o da un esercito di opliti, e ancora Afrodite Anzeia (fiorita) era venerata come dea della fecondità in rapporto ai frutti della terra, idealizzata da Angelo Casciello, e raffigurata con fiori di mirto e di melograno, ospite delle stanze dell’eremita di Sergio Vecchio; Afrodite Pandemia (di tutto il popolo) e la ricerca di pace di Angelomichele Risi, e Afrodite Euploia (della buona navigazione) o Pontia (marina) venerata quale protettrice dei naviganti, che effettivamente si epifanava durante i riti svolti in questi luoghi. Una splendida mostra reale, ma visibile unicamente attraverso le immagini del bel catalogo edito da Arte’m e curato, unitamente alla mostra, da Massimo Bignardi. Nel ventoso pomeriggio paestano ai piedi del muro della Cirio, datato 1907 gli interventi si sono susseguiti: dal direttore Gabriel Zuchtriegel, cuore italiano e mentalità tedesca, che ha inappuntabilmente raccontato la millenaria storia di quel luogo e il progetto futuro, che vedrà una ripresa degli scavi e il recupero di parte della fabbrica come contenitore culturale, a Massimo Bignardi con la restituzione delle macerie della fabbrica a nuova dignità attraverso l’arte, l’Urklang romantico degli artisti, sino all’antropologo Paolo Apolito, che in quella fabbrica, invece vedeva l’identità di un popolo, di uomini che ben conoscevano luoghi che avevano strappato coi denti alla palude, alla malaria e avevano un rapporto personale con gli illustri predecessori, come anche con la fabbrica, luoghi sacri entrambi,  storie diverse delle quali, però si salverà e conserverà solo la più antica. Infine, la proiezione dell’intenso video firmato da Marius Mele, con le installazioni, lo scheletro della fabbrica abbandonata, gli artisti, visitati dalla luce e dagli abitanti del luogo, gli uccelli. Le immagini sono scorse mute sul muro esterno della fabbrica. Olga Chieffi ha chiesto a tre giovani clarinettisti  del Real Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, Marco Frasca, Gessica Viviani, e Miriam Zeoli, pupilli del Maestro Giovanni De Falco, pagine di inusitata bellezza e difficoltà per rivelare in musica, quei luoghi e gli interventi artistici. Ecco, allora la filosofia di pace di Aldo Capitini, che si legge nelle pagine del Concerto di Valentino Bucchi, la musica salvifica che permise a Oliver Messiaen di eludere il forno crematorio da prigioniero nel campo di sterminio tedesco, espressa nella speranza dell’Abime des Oiseaux, e il secolo del cambiamento, della contaminazione, nei tre pezzi di Igor Stravinsky. La verità è “fare”, tentando insieme alla dea, formule d’indicibile, immersioni nelle acque informi e nelle grotte della mente, il tuffo cartesiano “ in acque profondissime”, ritrovandoci, alla fine, rigettati sulla riva dell’umano e del senso del mondo, stringendo tra le mani un frammento di un antico cratere greco andato in frantumi, raffigurante i piedi di Ulisse incatenati all’albero maestro della navicella del suo ingegno, simbolo della passione dei nostri remoti sentieri.

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