Alfredo Greco: Così arrestai gli assassini di Arena e Pezzuto

Scritto da , 13 febbraio 2017
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25 anni fa furono trucidati da due killer della camorra,  Carmine D’Alessio e  Carmine De Feo – quest’ultimo fratello del boss di Bellizzi i due carabinieri Claudio Pezzuto e Fortunato Arena. Una storia che ancora oggi è tra le più sanguinose della nostra provincia. All’epoca dei fatti – siamo nel febbraio del 1992 – De Feo e D’Alessio erano in fuga, braccati dalle forze dell’ordine e dai nemici della Nuova famiglia. Il 12 febbraio partirono da Capaccio Scalo dopo aver rapinato una Ritmo ad un carabiniere, portandogli via anche la pistola d’ordinanza. Percorsi pochi minuti si impossessarono prima di Fiat Uno bianca poi di un Nissan Patrol, costringendo il proprietario a restare a bordo. In serata giunsero nella piazza di Faiano. Qui i due furono intercettati dai due carabinieri: i militari controllarono i documenti del proprietario dell’auto; ma prima che potessero vedere quelli degli altri due occupanti furono investiti da una pioggia di piombo. Arena e Pezzuto avevano 23 e 29 anni. Nella fuga i banditi non fanno nemmeno in tempo a ritirare il documento d’ identità già consegnato.

La feroce esecuzione scatenò una vera e propria caccia all’uomo. La fuga di D’Alessio e De Feo terminò all’alba del 14 luglio del ’92. I killer furono bloccati dai carabinieri in un piccolo appartamento di Calvanico, nella Valle dell’Irno. Si arresero solo dopo l’arrivo del pm Alfredo Greco, il magistrato che coordinò le indagini, fino alla cattura dei due latitanti

Alfredo Greco ha ben in mente quei giorni terribili e i momenti delicatissimi della cattura dei due assassini.

“Fu una caccia all’uomo fatta dai carabinieri con straordinaria serenità nonostante la rabbia per quello che era successo. Un’indagine paziente, fatta sui territori, con grande capacità e professionalità. Un impegno-mi dispiace dirlo-mai ripagato. In città arrivarono i carabinieri del Gis per sostenere le indagini. Ricordo la grande professionalità dl colonnello dei carabinieri Mambor”.

Come si arrivò ad individuare i due banditi a Calvanico

“Come detto le indagini certosine, fatte con i mezzi di allora, ci portarono ad individuare il covo. Venne da me il colonnello dei Gis per sottopormi il piano di azione. Un piano che metteva in preventivo, data l’ubicazione del covo e la pericolosità dei due banditi, la perdita di due uomini. Naturalmente dissi di no”.

Momenti terribili…

“Quando seppi che i due latitanti mi volevano parlare dissi subito di si. Forse era l’unica possibilità per chiudere la vicenda senza spargimenti di sangue. I due avevano già sparato quando si erano accorti di essere circondati. Era possibile un’incursione dei carabinieri ma a quale prezzo?

Così, accompagnato da due carabinieri dei Gis varcai il portoncino, entrai e percorremmo un corridoio che dava davanti ad una porta che portava i segni di una sparatoria. Momenti delicatissimi ma sapete cosa convinse i due ad arrendersi? L’aroma della pipa (all’epoca la fumavo prima di passare al sigaro). Questo particolare li rassicurò, capirono che ero io e che non sarebbe successo nulla. Insomma si consegnarono alla giustizia. Fu la vittoria della legalità, e va sottolineato il sangue freddo dei militari che non vollero dare una prova di forza che avrebbe potuto concludersi con un bagno di sangue”

Come avvenne l’arresto…

“Ci scambiammo poche battute, poi aprirono piano piano la porta, un piccolo spiraglio in cui si infilarono i due carabinieri che erano con me e li ammanettarono. Fu un’azione fulminea e che servì a spezzare quella tensione che era nell’aria e che si tagliava a fette”.

Una settantina di carabinieri occuparono Calvanico prima dell’azione.

Poi cosa successe

“In casa fu trovato un vero e proprio arsenale: due fucili a canne mozze, pistole, mitragliette israeliane. Segno della pericolosità dei due arrestati. C’è da dire che durante la loro latitanza fu incardinato il processo a loro carico in Corte d’Assise. Le prove raccolte non lasciarono scampo anche se in fase processuale il D’Alessio cercò di assumersi l’intera responsabilità del duplice omicidio per alleggerire la posizione del complice, fratello del boss. Ripeto: l’inchiesta fu condotta minuziosamente che non ci fu spazio per nessuna manovra difensiva”. Carmine D’Alessio e  Carmine De Feo furono condannati all’ergastolo, pena confermata anche in Cassazione. Nel 2008 morì nella casa dei suoi genitori a Battipaglia Carmine D’Alessio. Aveva lasciato il carcere di Belluno perché gravemente ammalato.

Dottore Greco: ci sarà oggi alla commemorazione dei due carabinieri?

“Sì”

 

 

 

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