Alessandro Preziosi e il disagio esistenziale di Vincent Van Gogh

Scritto da , 15 marzo 2018

Questa sera, alle ore 21, il sipario del teatro Verdi si leverà su “L’ odore assordante del bianco” di Stefano Massini

 Di OLGA CHIEFFI

 Vincent Van Gogh è certamente uno degli artisti più noti del mondo. La sua pittura, così unica ed emotiva, lo rende riconoscibile anche a chi non possiede specifiche conoscenze in materia artistica. La sua vita inquieta e il tragico suicidio lo hanno poi reso una vera e propria icona della modernità, simbolo del disagio esistenziale che affligge l’uomo, a partire dal momento storico che segue la rivoluzione industriale, con una vita scandita da ritmi sempre più frenetici e da una crescente alienazione. Il mito di Van Gogh rivivrà stasera alle ore 21 sul palcoscenico del Teatro Verdi di Salerno, portato in scena da Alessandro Preziosi, protagonista di “Vincent Van Gogh: l’odore assordante del bianco”, uno spettacolo di Stefano Massini, affidato alla direzione di Alessandro Maggi. Con Preziosi in scena vi saranno Francesco Biscione che darà voce al Dottor Peyron, Massimo Nicolini che sarà il fratello Theo, Roberto manzi, vestirà i panni del Dottor Vernon-Lazàre, al cui fianco vi saranno gli infermieri Gustave e Roland, impersonati da Alessio Genchi e Vincenzo Zampa. Con Van Gogh comincia il dramma dell’artista che si sente escluso da una società che non utilizza il suo lavoro e ne fa un disadattato, candidato alla follia e al suicidio. Non soltanto l’artista, una società pragmatistica che assegna al lavoro il solo fine del profitto non può che respingere chi, pensoso della condizione e del destino dell’umanità, smaschera la sua cattiva coscienza. Il posto di Van Gogh è accanto a Kierkgaard, a Dostoevskij: come costoro s’interroga, pieno d’angoscia, sul significato dell’esistenza, del proprio essere-nel-mondo. E, naturalmente, si pone dalla parte dei diseredati, delle vittime, i lavoratori sfruttati, i contadini a cui l’industria, con la terra ed il pane, toglie il sentimento dell’eticità e della religiosità del lavoro. Van Gogh non è pittore per vocazione, ma per disperazione. Aveva tentato di inserirsi nell’ordine sociale, era stato respinto; si era dato all’apostolato religioso facendosi pastore e missionario tra i minatori del Borinage, ma la Chiesa ufficiale, solidale con i padroni, l’aveva espulso. A trent’anni si rivolta, la sua rivolta è la pittura: la pagherà con il manicomio e il suicidio. La storia è presto detta: lo spettacolo racconta gli ultimi giorni di vita del grande artista Vincent Van Gogh all’interno delle mura del manicomio di Saint Paul. Le allucinazioni lo inducono a un dialogo, forse immaginario, con il fratello Theo. Da questo dialogo emerge il carattere dell’artista dei girasoli, dell’uomo che dipingeva la realtà perché mosso da un’inspiegabile forza motrice dell’universo; del suo forte amore per il giallo cromo, a base di cromato di piombo, la sua firma. Un’ora e mezza di ipnosi, di visioni, di sogni, di echi, di voci, di rumori, di immaginazioni, di follie che squarciano il cervello e il cuore. L’interpretazione di Alessandro Preziosi indaga in quest’universo di suggestioni, dove l’arte e la vita del creatore dei “Girasoli”, degli “Iris”, dei celeberrimi autoritratti, sfociano in laceranti contrasti interiori, ma anche in opere dall’emozione eterna. Il bianco, “non colore” da cui è circondato nelle sue due stanze del manicomio di Saint Paul, incapace di restituire ai nostri occhi, tutti i colori dell’iride che pur raccoglie, lo soffoca, con la sua assenza, il vuoto notturno, la scomparsa della coscienza e dei colori diurni, il bianco opaco della morte che assorbe l’essere, fino al ritorno al tanto agognato e adorato giallo simbolo di una rinascita o di un altro sogno che permette finalmente di urlare al mondo il potere dell’arte, ma che segna irrimediabilmente l’oscuro presagio, dominato com’è dai neri corvi che s’innalzano nell’ombra della sera.

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