Alcatel e Btp: futuro sempre più nero

Scritto da , 27 febbraio 2015

 

di Carmine LANDI

BATTIPAGLIA. Il lavoro nobilita l’uomo: non è il caso di Battipaglia, dove pare che, al momento, sotto questo punto di vista, di nobilitante vi sia ben poco.

È stato posticipato per l’ennesima volta all’enigmatica data del “non-si-sa-quando”, infatti, l’incontro al Ministero per lo Sviluppo Economico tra i rappresentanti sindacali dei lavoratori della Btp Tecno, l’ex-proprietario, Gian Federico Vivado, e il potenziale acquirente libico, Quaser Saadel El Garradi, uomo di riferimento della multinazionale “Sonatrach”, che, facendosi rappresentare dall’italo-spagnolo dottor Libè, vorrebbe assumere il controllo dello stabilimento di Battipaglia. Il summit doveva svolgersi nella giornata di ieri nelle stanze romane, ma il dottor Giampietro Castano, che sta seguendo la vicenda per conto del MiSE, ha fatto sapere che, non essendoci stata ancora la possibilità di mettere insieme gli uomini della Sonatrach e la vecchia proprietà, l’incontro si farà nella prima decade di marzo.

Restano ancora sospesi, dunque, i pesanti punti interrogativi relativi al futuro dello stabilimento di via Bosco I, dove gli uomini della Btp Tecno non sono gli unici a vivere ore piene d’angoscia: anche i dipendenti di “Alcatel-Lucent”, infatti, si ritrovano nuovamente costretti a fare i conti con delle famigerate forbici che continuano a tagliare drasticamente i pochissimi posti di lavoro rimasti.

La situazione di Alcatel, però, non può essere letta soltanto in ottica battipagliese; la vertenza va inquadrata in un panorama nazionale.

La multinazionale, infatti, ha elaborato in passato uno Shift Plan, ossia un programma triennale di tagli che, tra il 2013 e il 2015, prevedeva la fuoriuscita di 586 dipendenti in tutta Italia: il progetto – che porta con sé  l’annessa chiusura degli stabilimenti di Genova, Bari e Vimercate –  sta trovando rapida attuazione, tanto che al momento sono rimasti soltanto trenta dipendenti da licenziare.

Al Nord, però, nella vertenza sono intervenute le istituzioni: 256 persone, ad esempio, sono passate alla “Siae Microelettronica”, un colosso che si occupa di prodotti tecnologici di quarta e quinta generazione, ma la voce delle istituzioni – in primis s’è fatta sentire la Regione Lombardia – ha garantito 5 anni di garanzia, oltre a una potente partnership tra la SM e ALU.

In Campania, precisamente a Battipaglia, le cose, naturalmente, stanno andando diversamente: nel 2013, infatti, a fronte dei primi licenziamenti, 38 persone passarono a lavorare per la “Sesa-Nv Group s.p.a.” di Roma ma, dopo neppure 12 mesi, l’azienda laziale ha avviato le procedure di cassa integrazione, con la conseguenza che tre degli ex-dipendenti Alcatel sono già stati costretti a ricorrere agli ammortizzatori sociali.

A Battipaglia, nel frattempo, Alcatel-Lucent, al momento, può contare su una forza lavoro che supera di poco le cinquanta unità: quasi quindici tra questi dipendenti lavorano effettivamente a Milano, prendendo ogni lunedì l’aereo per prestare servizio presso i clienti.

Lo scorso 17 febbraio, però, i vertici di Alu hanno palesemente dichiarato di esser disposti a far rimanere in Italia soltanto gli uffici tecnici di Roma e Vimercate e la fabbrica di Trieste: logica conseguenza, naturalmente, è la duplice dismissione degli stabilimenti di Battipaglia e di Rieti. Se per i reatini, però, non è ancora stato ben definito alcun piano di cessione, le cose stanno diversamente per quel che concerne la città del Tusciano: i piani alti di Alcatel, infatti, hanno stabilito il passaggio di 30 unità lavorative – mediante l’ex articolo 47 della legge n°428 del 1990, poi modificato dall’articolo 2 del decreto legislativo n°18 del 2001 – proprio alla Sesa, decretando riguardo a questa cessione un forte impatto su Battipaglia. La settimana prossima, dunque, si avranno dati numerici meglio definiti.

«Non vogliamo di certo compiere l’impresa impossibile di far cambiare idea ad una multinazionale come Alcatel – ha dichiarato Nicola Rosamilia, delegato sindacale Fim–Cisl – ma chiediamo che le autorità politiche, in particolare quelle regionali, intervengano per far sì che Alu possa garantire degli anni e delle attività, dal momento che, se lo stabilimento viene dismesso, quest’ultime non sono di certo considerate strategiche; la Sesa, d’altronde, non ha di certo mostrato una considerevole stabilità, tenendo conto delle vicissitudini degli ex-Alcatel».

Possibile che da Palazzo Santa Lucia tacciano tutti? «In passato – ha denunciato Rosamilia – siamo stati ricevuti dall’assessore al Lavoro, Severino Nappi, coordinatore della Cabina di Regia per la gestione dei processi di crisi e di sviluppo, ma poi non s’è fatto vedere più nessuno».

Nel frattempo, in Alcatel, non c’è più né il servizio mensa né quello portineria: il tutto grazie a Vivado, ex-patron della Btp, che ospitava – percependo un corrispettivo economico – nei suoi palazzi anche i lavoratori Alu. Altro che due piccioni con una fava: due stabilimenti distrutti con un solo Vivado.

 

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1 Commento

  1. alba

    28 febbraio 2015 at 08:14

    E non era meglio Pastore?
    Ora i sindacati dove sono.? Ricordate quando si opposero al passaggio all’imprenditore salernitano Pierluigi Pastore perché “non affidabile”.
    Era elementare intuire che nel 2015 la proprietà dismetteva.
    Pastore invece è sempre presente con le sue attività ed oggi i lavoratori dell’alca tel avrebbero dormito sogni tranquilli.
    Ma se si risponde a logiche non a favore dei lavoratori ma solo per un tornaconto personale, queste sono le conseguenze.
    Buon sindacato a tutti.