Agropoli, clan Marotta: chiesto il dissequestro dei beni

Scritto da , 29 dicembre 2013

AGROPOLI. Ricorso in Corte d’Appello, a Salerno, contro la confisca dei beni al nucleo familiare Marotta di Agropoli. L’istanza è stata presentata ieri dall’avvocato Felice Lentini, legale che difende gli interessi del gruppo familiare accusato di estorsione,  alla sezione Misure Prevenzione. Nel provvedimento depositato dai giudici del Terzo collegio del Tribunale di Salerno, i giudici avevano accolto parzialmente le richieste di confisca del pm Antonio Centore. I beni mobili ed immobili sequestrati al clan dei Marotta ammontano a circa 12 milioni di euro: tra questi figurano moto di grossa cilindrata ed auto di lusso, orologi e gioielli costosi, diversi appartamenti tra Agropoli e la Piana del Sele, terreni, buoni postali per oltre 100mila euro, carnet di assegni, quote di alcune società, concessionarie di auto e night club. Secondo il pm Centore, la provenienza e l’accumulo di tale patrimonio sarebbe illecita, ovvero frutto di attività quali furti, rapine, ricettazione, usura ed estorsione, mirate a rafforzare il controllo criminale del sodalizio sul territorio agropolese. Il provvedimento fa seguito ad una lunga ed articolata indagine patrimoniale eseguita dai finanzieri del Gico di Salerno, diretti dal colonnello Antonio Mancazzo, avviata alla fine del 2012 e denominata operazione “Golden Hands”, che portò all’epoca al sequestro preventivo delle proprietà del clan Marotta. Oltre alla confisca dei beni, undici su 17 indagati sono stati destinatari quasi tutti dell’obbligo di soggiorno per tre anni nel Comune di Agropoli (gli indagati erano assistiti dagli avvocati Marco Martello, Giuseppe Delle Monica, Pierluigi Spadafora, Sirignano e Oricchio). Tra i beni confiscati anche la nota azienda Agrilat. “Golden Hand” fu il nome dell’operazione messa a segno nel novembre 2012 dai militari del Gico del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e conclusasi con il sequestro di beni per un valore di 12 milioni di euro. Dalle indagini svolte dalla finanza è emerso che la banda operava intestazioni fittizie di beni acquistati con i proventi delle illecite attività.  Il sodalizio, con a capo Vito Marotta e sua moglie Angelina Bevilacqua, era specializzato nei furti seriali all’interno delle gioiellerie, in genere commessi dalle donne della famiglia. Molti anche gli episodi di usura, estorsione, ricettazione e truffa.

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