Agguato a Cimmino: 7 anni ai mancati killer

Scritto da , 10 febbraio 2014

Sconto in Appello per Ivan Cammarota e Vincenzo Villacaro indicati dalla Procura il primo come mandante ed il secondo come esecutore del tentato omicidio ai danni di Gaetano Cimmino, il fruttivendolo del centro storico vittima di un agguato andato in scena il 5 febbraio 2001 davanti al suo negozio di frutta e verdura. Il verdetto è stato pronunciato ieri dai giudici della Corte d’appello del tribunale di Salerno, che hanno comminato ai due imputati, assistiti dagli avvocati Bianca De Concilio e Massimo Torre, 7 anni e due mesi di reclusione in luogo dei 9 anni e 10 mesi inflitti in primo grado. CAduta a carico di entrambi l’aggravante dell’articolo 7. Confermato quindi quasi integralmente l’impianto accusatorio formulato dalla Procura secondo cui il delitto di Cimmino, che solo per un caso fortuito non andò a segno, fu commissionato a Salvini (il collaboratore di giustizia che con le sue dichiarazioni accusatorie ha fatto riaprire il caso) da Ivan Cammarota che riteneva il fruttivendolo responsabile del suo ultimo arresto. Dopo essere stato scarcerato, Cammarota avrebbe deciso di fargliela pagare e si rivolse all’amico Salvini. Il collaboratore, confermando quanto già reso dal pentito Ferrara, spiegò agli inquirenti che la pistola utilizzata per l’agguato era vera e non era giocattolo. La stessa, modificata, sarebbe stata acquistata da Salvini da un tale A.S. e con quell’arma, il pentito si sarebbe recato nel centro storico, in direzione del negozio di Cimmino, insieme con Villacaro e in sella al motorino di quest’ultimo. Giunti in prossimità dell’esercizio commerciale, Salvini sarebbe sceso dal mezzo mentre Villacaro lo avrebbe atteso lungo la traversa precedente. «Cimmino stava scendendo dalle scale – spiegò Salvini – e come si girò io sparai: però si inceppò pistola. Sparai un’altra volta e si inceppò un’altra volta: quindi gli diedi una spinta e me ne andai». Tornati a casa di Villacaro i due nascosero la pistola in una intercapedine ricavata dal soffitto dell’abitazione di Villacaro. «La mattina successiva – spiegò ancora Salvini – gli agenti della squadra Mobile, durante una perquisizione, trovarono a casa di Villacaro una pistola giocattolo acquistata al luna park e noi sostenemmo falsamente che si trattava dell’arma utilizzata per il fallito agguato a Cimmino». La stessa vittima dell’agguato, convocata poco dopo negli uffici della questura, riconobbe tra varie pistole mostrategli dagli inquirenti, quella utilizzata dall’aggressore e sequestrata proprio nell’abitazione di Salvini e Villacaro: una pistola giocattolo priva di tappo rosso, di colore cromato con calcio di plastica colore marrone. Quella pistola, però, secondo le dichiarazioni di Salvini non era quella utilizzata per l’agguato. E’ questa l’ennesima tegola giudiziaria per Villacaro che, già a processo davanti ai giudici della Corte d’Assise del tribunale di Salerno per l’omicidio di Donato Stellato, si è visto confermare alcuni giorni fa la pena di 9 anni e 10 mesi per il tentato omicidio Rocco. Secondo la ricostruzione effettuata dall’antimafia il progetto omicidiario fu la risposta al tentato omicidio di Peppe Longo di cui era ritenuto responsabile proprio Rocco.

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