Abusata laddove doveva essere protetta Patteggia la pena e risarcisce la vittima

Scritto da , 23 gennaio 2018

Approfittando della fragilità di una 14enne ne ha abusato sessualmente. Lo ha fatto nella struttura in cui lavorava come operatore e dove l’adolescente avrebbe dovuto trovare un ambiente sicuro che le desse protezione, sicurezza e coccole. T.M.27 anni, salernitano , ha patteggiato la pena a due anni di reclusione, pena sospesa, ed ha offerto alla ragazza un risarcimento di 5000 euro. Soldi che sicuramente non potranno mai cancellare i segni che l’esperienza avuta, nella struttura della zona orientale di Salerno, le hanno lasciato dentro. Lei, oggi quasi diciottenne, non parla dell’episodio, vuole solo dimenticare e guardare avanti. E, attende con ansia di poter lasciare la casa famiglia il Chicco di Grano per rientrare in quella che è la sua casa, laddove, ad attenderla c’è la sua mamma dalla quale, a suo tempo è stata allontanata. La storia del- l’adolescente probabilmente è simile a quella di tanti altri ragazzi che all’improvviso si ritrovano a vi- vere in delle Case Famiglia, gestite spesso da cooperative che ricevono fondi da enti pubblici. Allontanati dai propri affetti perchè qualcuno ritiene che l’habitat in cui si trovano non è adatto ad un minore, perchè non idoneo a farlo crescere in maniera serena o perchè le condizioni della famiglia d’origine presentano svariate problematiche (assenza di soldi, percorso di vita al di sopra della legalità dei genitori….), e così vengono sradicati dalla famiglia e portati in queste strutture dove teoricamente dovrebbero vivere in maniera serena e soprattutto dovrebbero vivere appieno la loro età così come fanno i loro coetanei. Nel caso della quattordicenne questo non è accaduto. I fatti, oggetto del procedimento giudiziario si è consumato nel 2015. L’adolescente dopo essere giunta in casa famiglia aveva instaurato un clima estremamente confidenziale con l’operatore T.M. lei era un’adolescente alquanto fragile anche a causa della sua storia familiare aggravata dall’arresto della madre per per spaccio di sostanze stupefacenti. La ragazzina si fidava di T.M. e si era molto affezionata a lui. Una notte accade ciò che non sarebbe mai dovuto succedere: l’operatore entra nella stanza della ragazzina ed ha con lei un rapporto orale. Sembra che l’operatore, attualmente non più residente a Salerno nè in Campania per quella ragazzina avesse perso la testa. Tra i due si era instaurato un forte legame che di per sè non avrebbe avuto nulla di condannabile se non fosse sfociato in una violenza perpetrata da chi era deputato a proteggere in qualche modo la minore.

L’assistente sociale denunciò

Dopo la violenza sessuale subita la ragazza non ha mai presentato alcuna denuncia e probabilmente non l’avrebbe mai fatto. Su quel rapporto orale consumatosi all’interno della struttura della zona orientale di Salerno è stato aperto un fascicolo a seguito della denuncia presentata da una delle assistenti sociali con cui la ragazza si è confidata. Partite le indagini l’operatore fu licenziato e il Gup dispose l’incidente probatorio tra T.M. difeso da Agostico de Caro e l’adolescente difesa da Giuseppe Denami. Poi la richiesta di rinvio a giudizio. Prima dell’udienza di ieri, è arrivata la proposta di risarcimento danni da parte dell’operatore fissata in cinquemila euro. Proposta che è stata accettata dal tutore della ragazza. La somma è stata vincolata al raggiungimento della maggiore età della ragazza che avverrà tra qualche mese. La somma probabilmente sarà utilizzata per un percorso di formazione e studi della giovane che, così come confermato dal suo legale, a breve potrebbe rientrare nell’abitazione con la madre. La ragazza dal canto suo non ha nessuna voglia di parlare di ciò che è accaduto. Il suo intento è quello di guardare avanti e dimenticare ciò che è successo. Ora ha una vita da vivere ed ha voglia di realizzarsi. La casa famiglia non si è costituita parte civile nel procedimento in quanto è subentrato l’accordo per il risarcimento. Se così non fosse stato vi sarebbe stata la costituzione di diverse parti civili e al termine del procedi- mento penale a quantizzare il “danno” sarebbe stato il tribunale civile.

Troppe segnalazioni di abusi e maltrattamento nelle strutture

Era il 2014 quando Michela Vittoria Brambilla, presidente della commissione bicamerale per l’infanzia e l’adolescenza, presentò una lunga e dettagliata interpellanza bipartisan, di cui fu prima firmataria: segnalazioni e denunce di sospetti maltrattamenti o abusi su minori, bambini ospitati in case-famiglia dalle condizioni igieniche intollerabili, allontanamenti «troppo facili» dai nuclei familiari, fiumi di denaro pubblico speso senza trasparenza. Nel documento si chiedeva di realizzare un censimento delle case-famiglia, di istituire un registro degli affidamenti temporanei, di monitorare le condizioni dei minori in queste comunità, di render noto il numero di inchieste penali in corso a carico di gestori o operatori di tali strutture e le relative ipotesi di reato, di disincentivare il fenomeno dei cosiddetti «allontanamenti facili» dei minori dalla famiglia d’origine.Pare assurdo che si debbano chiedere queste cose: il fatto è che non ci sono. Ma stiamo parlando di persone, di bambini! «Alla commissione – ha spiegò Brambilla – arrivano continuamente segnalazioni e denunce su allontanamenti di minori dalle famiglie, troppo spesso disposti all’esito di analisi frettolose di separazioni conflittuali o di difficoltà economiche familiari, o sulle condizioni igienico-sanitarie di alcune case famiglia o peggio ancora su casi di maltrattamenti ed abusi in quel con- testo. È tempo di fare chiarezza non soltanto sulle situazioni particolari, delle quali già si oc- cupa la magistratura, ma su tutto un sistema caratterizzato, nel complesso, da poca trasparenza e troppa discrezionalità». «Le residenze protette possono rappresentare una risorsa importante per la tutela del minore in difficoltà, a condizione che la sua permanenza venga gestita, contrariamente a quanto avviene i molti casi, con trasparenza e sulla base di precisi criteri». L’allontanamento del minore dalla sua famiglia dev’essere realmente l’extrema ratio. «Di per sé le condizioni di indigenza non possono impedire o ostacolare l’esercizio del diritto del minore alla propria famiglia. L’allontanamento è la certificazione di un fallimento dello Stato: invece di aiutare, con risorse o servizi adeguati, la famiglia e il minore che ci vive, la mano pubblica rischia di peggiorare le cose negando a un bambino il diritto di crescere tra i suoi, garantito dalle convenzioni internazionali, e creandogli un trauma probabilmente indelebile».

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