A lezione di Napoletano

Scritto da , 17 Agosto 2015
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NAPOLI. A lezione di napoletano. Non è il sogno notturno di un abitante  campano troppo legato alle proprie radici, ma quel che accade realmente in un  istituto della città partenopea, la scuola media “Viale delle acacie” del Vomero. Dal 26 febbraio scorso, infatti, è stato introdotto un corso pomeridiano di lingua napoletana della durata di venti ore, nell’ambito del progetto “Napulitanamente”, voluto e curato dal professore d’italiano Ermete Ferraro, redattore anche di una grammatica in napoletano. Nel corso saranno illustrate le caratteristiche morfo-sintattiche e lessicali dell’idioma partenopeo e sarà esaminata la cultura napoletana. L’iniziativa è originale, ma non campata in aria. Del resto, il napoletano è una lingua e non un semplice dialetto, patrimonio non solo dell’Italia ma dell’intera umanità. A stabilirlo – con decisione autorevole e certo imparziale – è stata l’Unesco. In effetti, il napoletano è secondo per diffusione sulla penisola solo alla lingua ufficiale (l’italiano): è parlato – con le inevitabili varianti – in quasi tutto il Mezzogiorno continentale, compresi Molise, Abruzzo e Lazio meridionale (non a caso territori dell’ex regno borbonico). Ed è l’idioma italico più “esportato” e conosciuto nel mondo, grazie all’intramontabile musica classica napoletana. In quanto patrimonio, va tutelato – sempre secondo l’Unesco – dalla
degradazione e dall’involgarimento cui è andato incontro specie tra i giovani, diretta conseguenza del mancato insegnamento. Pertanto, la protezione non può  in alcun modo prescindere dall’insegnamento e dall’apprendimento dei bambini nelle aule scolastiche. Ecco perché acquista valore il corso di napoletano dell’istituto del Vomero, che fa seguito all’approvazione in consiglio regionale nel 2008 del progetto di legge “Tutela e valorizzazione della lingua napoletana”. E l'”ora di napoletano” non è passata inosservata agli insegnanti
di lingue considerate secondarie in altri Paesi, quali catalano (Spagna) e provenzale (Francia), che hanno sostenuto senza riserve l’iniziativa.
L’auspicio è che il (tentato ed in parte riuscito) recupero della dignità della lingua partenopea possa far da volano per il riacquisto dell’identità del popolo meridionale. Lingua e storia, connubio indissolubile. Corrado Mirto, massimo esperto di storia medievale siciliana, scriveva al riguardo che “quando si vuol togliere l’identità ad un popolo, gli si tolgono la cultura, la lingua e la storia”: quel che è successo ai meridionali con l’Unità d’Italia. E forse non è un caso che il napoletano sia stato riconosciuto come lingua all’estero ma non dallo Stato italiano. Con ciò non si vuole dire che la politica nazionale sia il male assoluto né fomentare odio od aspirazioni secessioniste, ma solo prendere atto dell’atteggiamento discriminatorio mostrato finora dall’Italia verso una parte di essa (il Sud), in campo linguistico come in  numerosi altri ambiti: sul piano economico, ad esempio, i mancati investimenti statali in infrastrutture (strade, autostrade, ferrovie, aeroporti) soffocano lo sviluppo delle imprese meridionali e sono di ostacolo al turismo.  Ma il meridionale medio appare sempre più consapevole di sé e dei propri diritti e sempre più deciso ad esercitarli, liberandosi dalla “colonizzazione mentale”; e la ripresa di vigore della lingua napoletana è un indice rivelatore in tal senso.
Salvatore Giordano

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