La Buona Educazione

 

Incomunicabilità tra generazione in un salotto borghese per il secondo appuntamento di MutaversoTeatro, in scena domani sera sull’abituale palcoscenico del Centro Sociale di Via Cantarella

Di OLGA CHIEFFI

Dopo il successo di Farsi Silenzio, di e con Marco Cacciola, cui Vincenzo Albano, ha affidato il preludio della IV Stagione MutaversoTeatro, organizzata Erre Teatro, ci si sposta per il secondo appuntamento in quella che è la sua sede abituale, il palcoscenico dell’Auditorium del Centro sociale di Salerno. Mutaverso diventa così punto di riferimento assoluto per la zona orientale della città, proponendo al suo pubblico ancora una data prima ed unica per la Campania. Ritorna La Piccola Compagnia Dammacco – Teatro di Dioniso per proporre, domani alle ore 21, “La buona educazione” con Serena Balivo, per la ideazione, drammaturgia e regia di Mariano Dammacco, che ne firma anche la scenografia, unitamente a Stella Monesi. In questo terzo passo della Trilogia sulla Fine del Mondo (L’ultima notte di Antonio (2012) e Esilio (2016) applaudito anche qui a Salerno, compongono le prime due parti della trilogia. Dipendenza dalle droghe, lavoro, educazione. Temi sociali di attualità affrontati con un’idea di teatro surreale e grottesco), Mariano Dammacco e Serena Balivo, premio Ubu 2017 come migliore attrice under 35, si interrogano su quali sono i valori, i principi, le idee che oggi vengono trasmesse da un essere umano all’altro e sul significato più profondo della memoria. Una donna deve prendersi cura di un giovane essere umano, ultimo erede della sua stirpe. Deve ospitarlo nella sua vita, nella sua casa, nella sua mente, deve educarlo, progettare il suo futuro, deve contribuire all’edificazione di un giovane Uomo, ovvero “dargli” quella buona educazione del titolo che sembra essere rappresentata, incarnata dalla donna e dal luogo in cui vive, ma subito, dal suo racconto, tutto appare piuttosto come una fortezza, un luogo protetto in cui si è rifugiata. Finché qualcosa, o meglio qualcuno, non scardinerà queste certezze: la donna, single che ha scelto di non essere madre, si ritrova a dover prendersi carico del figlio della sorella, morta improvvisamente. Come rapportarsi a qualcosa/qualcuno che non si comprende – anche nel linguaggio: il ragazzo, secondo il racconto della zia, unica protagonista in scena, si esprime solo con verbi all’infinito? Come capire ciò che accade nell’animo e nella mente di quell’essere altro da sé? E come dargli, dunque, questa “buona educazione”? Che cosa accade quando un’anima solitaria, così solitaria da fare della solitudine la propria identità, si scontra con l’anima di un bambino di tredici anni appena rimasto orfano di madre? Cosa accade quando una solitudine così fiera e accanita viene forzata ad avere compagnia? Accade che comincia un viaggio, un viaggio scomodo, un viaggio stretto, spigoloso, accidentato, pericoloso. Un viaggio che vede protagonisti due compagni d’avventura che non parlano la stessa lingua, non si comprendono, non si assecondano, non hanno come fine un obiettivo comune. Il tutto prende vita all’interno di una curatissima scenografia che fa vivere un salotto ora sogno ora incubo; un ambiente così cupo e tagliente – di forme e di luce – da far rimanere ipnotizzati. I manichini di ferraglia sistemati sullo sfondo come una squadra pronta all’attacco, vigilano silenziosi per tutta la durata della storia. L’essenza e la forza di questo spettacolo sta nell’insegnarci che non basta parlare la stessa lingua o trovarsi a vivere nella stessa casa per riuscire a comunicare davvero.