Immagini di archeologia rurale secondo Sergio Vecchio

Scritto da , 29 giugno 2015

 

Questa sera, alle ore 19, verrà inaugurata una personale dell’artista paestano nel padiglione della Tenuta Vannulo

 Di OLGA CHIEFFI

Il contadino è una specie in via di estinzione. Quest’affermazione, che può sembrare paradossale, corrisponde letteralmente alla realtà. Non solo alcuni secoli fa, ma ancora nell’Ottocento e qui a Paestum sino al Novecento inoltrato, la popolazione viveva in maggioranza e praticava l’agricoltura. Oggi, con la diffusione capillare dell’industrializzazione e con l’espansione della città, prendono forma nuovi comportamenti e nuovi valori. Ovviamente l’umanità non può fare a meno dell’agricoltura, che continua ad assolvere il ruolo più fondamentale per la vita dell’Uomo, quello della produzione di cibo. Ma i vecchi poderi su scala familiare o i campi aperti a livello di villaggio, hanno fatto posto alle estensioni enormi, a perdita d’occhio, nelle quali la meccanizzazione ha soppiantato la secolare fatica degli animali e dell’uomo. La meccanizzazione ha trasformato l’agricoltura e l’allevamento in un’attività industriale. Questo fenomeno ha avuto come conseguenza il declino del piccolo mondo della comunità, di antichi valori di solidarietà e di cooperazione, di credenze e comportamenti radicati in un remoto passato che in alcuni casi risalgono sino alla preistoria. Questa transizione del mondo agricolo di ieri al mondo industriale di oggi è così rapida e incalzante, lo sradicamento è così totale, l’effetto di appiattimento dell’inculturazione di massa è così pervasivo, da comportare il rischio di una cancellazione irrimediabile, a distanza di poco tempo, di tanta parte della storia dell’umanità. Sergio Vecchio, sulle tracce di Virgilio, nella mostra “Postrurale” che verrà inaugurata questa sera, alle ore 19, nella tenuta Vannulo presso il  Museo dell’Agricoltura di Antonio Palmieri, un progetto architettonico di 20 anni fa curato da Ezio De Felice, un’esposizione che diviene così anche un omaggio personale di Vecchio ad un grande professionista e amico, ripercorre la storia della sua famiglia, attraverso gli attrezzi di un tempo, vanghe, forconi, secchi, falci, zappe, ma anche macchine per cucire, forbici da sarto, che si trasformano in installazioni, unitamente a trenta tavole, trenta tecniche miste a carboncino, a olio, in cui rivivono gli animali della fattoria, asini, bufale, cavalli, galline, cani, ma anche i momenti conviviali del tempo, attraverso gli strumenti musicali, una tromba, simbolo degli ottoni delle bande di giro e una chitarra, per le serate in famiglia, qualche serenata, nel blue moon paestano, un viaggio che si propone di favorire una presa di coscienza di questo recente passato, che pur essendo così vicino è per molti di noi in particolare per i più giovani “il nostro passato” dimenticato. Sergio Vecchio, in questa mostra che segna anche una svolta nella sua carriera artistica, aggiunge una nota tutta sua, un sentimento struggente di amore per le piante, per gli animali, per tutti ciò che è vivo e lotta e soffre per esistere; un monito a chi andrà a vedere le opere di Vecchio che ricorda ancora Le Georgiche  di Virgilio e la semplice, istintiva saggezza del vecchio di Corico, che contiene un messaggio spirituale che è valido, crediamo, anche (e forse soprattutto) per gli uomini d’oggi. È la saggezza di chi ha compreso il segreto di una vita serena: che non risiede nella quantità, ma nella qualità delle cose, del tempo, dello spazio che ci circonda; e nella intuizione che, se il regno della quantità dipende, in gran parte, da fattori esterni al nostro volere, quello della qualità dipende, invece, massimamente da noi.

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