François Thiollier: un pianoforte in difesa della bellezza

Scritto da , 1 Marzo 2015
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Questa sera, alle ore 19,nella chiesa di San Giorgio, il pianista francese inaugurerà la seconda edizione della rassegna pianistica Piano Salerno Forte promossa dall’EPT e diretta da Costantino Catena

 DI OLGA CHIEFFI

François Thiollier un programma interamente dedicato ai postromantici russi e francesi, con un florilegio di brani da sempre nel suo sentire musicale e nelle sue dita. Thiollier principierà il recital con l’Etude op.2 n°, in Do diesis, di Aleksandr Skrjabin, due pagine di accordi, con l’ostacolo tecnico di porre in evidenza la nota più acuta, che appartiene alla melodia e di individuare e di sottolineare qualche volta le voci interne, ma l’intensità del sentimento malinconico è tale da lasciare sbalorditi, anche indipendentemente dal fatto che l’autore è solo un ragazzino di quattordici anni. Il portrait di Skrjabin si chiuderà con il Preludio e Notturno op.9 composti tra il 1894 e il 1895 in un momento in cui Skrjabin stava appeno uscendo dal momento di crisi dovuta alla malattia del braccio destro. Le ambizioni delle due pagine sono innanzi tutto strumentali, nel senso che la particolare scrittura, notata su due pentagrammi, è cesellata con una abilità che può anche ingannare, all’ascolto, sull’uso di una sola o di entrambe le mani. Qui Skrjabin è ancora nel solco della tradizione romantica, e lo stile guarda più a Liszt che a Chopin. Il Preludio in do diesis minore ha una ambientazione malinconica, con dinamiche prevalentemente contenute e una melodia sinuosa. Il Notturno trapassa nel modo maggiore – ma enarmonicamente: re bemolle maggiore – e punta su una melodia più passionale e una scrittura più d’effetto, per l’alternanza di arpeggi, ottave, accordi pieni; non manca una cadenza virtuosistica. La parte centrale della serata sarà imperniata sulla scrittura pianistica di Claude Debussy. Si inizierà con il primo Debussy la Valse Romantique, del 1890, che inizia con uno spunto iniziale felicissimo, Reverie, dello stesso anno, il più debussiano di tutti i pezzi giovanili, un delicato pastello che apre una finestra sul mondo della simbologia dell’acqua e Danse, quasi una pagina transpianistica, come un lavoro di ricerca di orchestrazione, realizzato al pianoforte. Seguirà il Debussy notturno, con La soirée dans Grenade in cui ci troviamo completamente immersi in una calda atmosfera spagnola fin dalle prime note, misteriose e lontane, che preparano il motivo principale; quattro battute ben ritmate, quasi un accenno piuttosto che un tema vero e proprio. Un secondo motivo, più marcato ritmicamente, viene esposto in ottave dalla mano destra ma va anch’esso esaurendosi in pianissimo e il Clair de lune terzo brano della Suite Bergamasque. Con questo brano il Novecento non crede più nell’interprete, ma esige l’“esecutore assoluto”, che riesca esattamente e perfettamente a dare veste sonora a ciò che è stato scritto. A chiudere la riflessione sull’impressionista francese sarà il Debussy acquatico di Ondine in cui gli elementi simbolici sono evidentissimi: rumori di acque, temi di danza, canto – a volta beffardo e fascinoso – della ninfa. Che spingono molto lontano la ricerca armonica e L’Isle joyeuse, suggerita a Debussy da un quadro del pittore settecentesco Watteau, raffigurante l’imbarco per l’isola di Citera. L’isola felice potrebbe però anche essere quella di Jersey nella Manica, dove Debussy si rifugiò nell’estate del 1904 assieme a Emma Bardac. La pagina si apre con una cadenza cromatica che prepara il motivo principale, sereno e piroettante, seguito da una sorta di moto perpetuo cromatico. Si continuerà con le Variazioni su di un tema di Corelli, op.42 di Sergej Rachmaninov sul tema cosiddetto “della follia”, indicato nella Sonata per violino n. 12 di Corelli. Esse si distinguono per varietà inventiva e ricchezza di colori timbrici e possono definirsi uno studio preparatorio della Rapsodia su un tema di Paganini per pianoforte e orchestra, apparsa due anni più tardi. Quale finale verrà proposto quel mondo dinamico e pluriverso, dove si mescolano camuffamenti e arguzie infantili, ma dove non manca talora una punta di crudele, amaro sarcasmo che è La Valse, composta nel 1919. Qui l’intero lavoro è attraversato da un’atmosfera malinconica ora carica di angoscia, espressa da un crescendo nervoso, quasi ansimante, persino disperato, che esplode in un parossismo sonoro nel quale sembra andare in frantumi, lacerarsi – esattamente com’era accaduto in quegli anni con il primo disastroso evento bellico del secolo – il sontuoso e vellutato mondo viennese, sintesi di tutta la società europea.

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